Un bestiario 2.0 per chi ama gli animali


«Sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi. (….)
Per conto mio, trovo che comunque non è sportivo servirsi di un anello magico nei rapporti con gli animali: anche senza ricorrere alla magia le creature viventi ci raccontano le storie più belle, cioè quelle vere. E in natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare».
KONRAD LORENZ, L’Anello di Re Salomone

mercoledì 16 ottobre 2013

IL LINGUAGGIO DELL'AGGRESSIVITA'



Photo by Tambako The Jaguar

Ufficiale inglese: "Lo vedi questo? (mostrando uno strumento di tortura). Lo infili nel ventre del tuo nemico e... gli strappi lo stomaco".

Mowgli: "E poi lo mangi?"

Ufficiale inglese: "Certo che no!"

Mowgli: "Allora è lui che vuole mangiare te?"

Ufficiale inglese: "No..."

Mowgli: "Allora, perché lo uccidi?"

Ufficiale inglese: "Perché è un nemico."

Mowgli: "Cosa è un nemico?"

Ufficiale inglese: "Qualcuno che odi".

Mowgli: "Cosa è l'odio?"

Si spostano nella stanza dei trofei di caccia. Mowgli è spaventato e disgustato da quello che vede.

Ufficiale inglese: "Voglio che tu mi conduca alla Città delle Scimmie."

Mowgli: "No".

Ufficiale inglese: "Perché non vuoi?"

Mowgli: "Può entrare solo chi rispetta la Legge della Giungla. E per la Legge della Giungla si uccide solo per mangiare, o per non essere mangiati."

Liberamente tradotto da "The Jungle book", film di Stephen Sommers, 1994.

Nella trasposizione cinematografica citata de “Il libro della Jungla”, il protagonista, Mowgli, cucciolo d’uomo allevato dagli animali, si mostra riluttante a comprendere il concetto di “nemico” e di “odio”. Per la Legge della Jungla, spiega agli inglesi che  “si può uccidere solo per mangiare o per non essere mangiati”.

La romantica visione del buon selvaggio, che pervade la letteratura vittoriana, solleva un importante interrogativo sul piano etologico: perché un animale diventa aggressivo? E, soprattutto, a cosa è diretta l’aggressività?

Partiamo proprio dalla “Legge della Giungla” del nostro Mowgli.

Nella maggior parte dei casi, la preda è molto più debole del predatore, la sua unica risorsa è la fuga e, quindi, non si arriva ad un vero e proprio combattimento. Tuttavia, anche una preda può infierire colpi mortali al suo aggressore. Una giraffa, ad esempio, può fratturare con un calcio la mandibola di un leone che minacci il suo piccolo. Il predatore, in questo caso, sarebbe condannato ad una lenta e dolorosa morte per fame. La stessa giraffa, però, combattendo con un suo conspecifico, cosa che in genere avviene per questioni territoriali, usa i residui di corna che le restano, per uno scontro “testa contro testa” con il rivale, che non produrrà alcun tipo di lesione al suo “nemico”, ma si limiterà ad una dimostrazione di forza e caparbietà ( vince chi dei due individui resiste di più alle spinte altrui).



Perché la giraffa sceglie un combattimento diverso a seconda del rivale? Secondo Eibl-Eibesfeldt i combattimenti lesivi non sono convenienti per la sopravvivenza della specie. Se un animale ferisce mortalmente un suo conspecifico, si ha una perdita in più oltre a quelle causate dalle malattie o dai predatori. In pratica, come spiega Eibl -Eibesfeldt, «risparmiare i congeneri è dunque altrettanto importante quanto, occasionalmente, combatterli»*. Il combattimento lesivo si presenta, in genere, solo tra animali diversi. Accanto ai tentativi di difesa di una potenziale preda nei confronti del predatore, come nel caso della giraffa che si difende dai leoni, combattimenti lesivi, in molti casi mortali, hanno per protagonisti animali che competono per risorse alimentari. L’atavico “odio” tra iene e leoni ha proprio questa motivazione: spesso lo scontro avviene in prossimità di una carcassa che è appetibile per entrambi.



Al contrario, come abbiamo visto, è altamente improbabile che un animale uccida un suo simile, perché un comportamento lesivo intraspecifico non sarebbe vantaggioso per la specie. Ai fini della risoluzione di questo dilemma biologico interviene il processo di ritualizzazione*. Animali con armi di offesa potenzialmente molto pericolose o addirittura mortali, non le usano durante i combattimenti con i propri simili, perché la lotta si trasforma in un torneo, in uno scontro simbolico che dimostra chi dei due contendenti è il più forte, e che non ha come obiettivo l’annientamento o la morte del rivale. Uno dei due individui deve essere in grado di lanciare il suo messaggio non verbale : “io sono il più forte, è inutile che insisti”. Le iguane delle Galapagos, ad esempio, pur avendo denti molto aguzzi, negli scontri intraspecifici non li usano mai. Al contrario, sfoggiano un comportamento di lotta ritualizzato che si svolge secondo questo schema:

Inizialmente esibiscono un display terrifico: erigono le squame della nuca e quelle dorsali e mostrano all’avversario la parte pettorale. Inoltre sollevano il corpo e corrono l’uno verso l’altro a zampe tese. Se il rivale non arretra l’iguana gli si slancia contro. Dal momento che il rituale di intimidazione è davvero impressionante per un osservatore umano, il dubbio che i due animali stiano per farsi molto male è più che giustificato. Invece, inaspettatamente, l’uno di fronte all’altro, si limitano a spingersi testa contro testa;

Durante il combattimento le iguane cercano di far arretrare reciprocamente il rivale, esibendosi in una sorta di “braccio di ferro” tra rettili. Non c’è il rischio che uno degli animali perda il contatto perché degli appositi scudetti cornei, situati sulla volta cranica, evitano lo scivolamento;

Lo scontro finisce se uno dei due contendenti retrocede o se riconosce la propria inferiorità durante il combattimento, esibendo un atteggiamento di sottomissione: resta acquattato al suolo davanti al vincitore e lentamente si allontana.

In alcune specie di pesci, come lo Scalare o Pesce Angelo, si possono osservare combattimenti ritualizzati altrettanto suggestivi. Siccome negli Scalari il dimorfismo sessuale è minimo, se non addirittura inesistente, è facile che un acquariofilo con buone intenzioni decida di introdurre nuovi esemplari in una vasca a scopo riproduttivo, sbagliando. I maschi sono molto territoriali e , se si immettono potenziali rivali nel loro territorio (che tra l’altro in acquario, purtroppo, è molto ristretto) lo scontro è inevitabile.

I due contendenti si presentano l’un l’altro con le pinne estese, esibendo i riflessi metallici, per intimorire l’avversario. L’asse longitudinale del corpo non è più parallelo al suolo ma risulta inclinato di 15/25° con la bocca rivolta verso l’alto. Nella maggior parte dei casi, soprattutto se c’è disparità tra i due contendenti, il più insicuro abbandonerà il campo, nascondendosi dietro qualche pianta acquatica, aspettando che l’imprudente acquariofilo lo tragga d’impaccio. Se le minacce non fossero sufficienti si passerebbe allo scontro vero e proprio. In questo caso gli animali si afferrano per la bocca ed iniziano a spingersi: quello che retrocede è sconfitto. Il vincitore in alcuni casi insegue il perdente senza però infierire.

Quello che non mi è chiaro, quando guardo il tg, o cammino per strada è il motivo per cui la nostra specie fa quasi sempre eccezione a questa logica legata all'evoluzione.

E' un interrogativo che mi scaturisce dal cuore. Si tratta di una considerazione personale, sicuramente poco scientifica. Viene da quel sussulto che sento dentro quando vedo la violenza. Quando la sento o la percepisco, anche se mascherata da perbenismo. La nostra società continua a vedere le cose alla maniera di quegli ostinati inglesi che si rifiutano di comprendere Mowgli, per i quali un "nemico" continua ad essere "qualcuno che odi"... che questo odio sia produttivo o meno è qualcosa che lasciamo stabilire all'evoluzione e... alle nostre coscienze.

Riferimenti bibliografici:

* EIBL- EIBESFELDT I., Amore e Odio, Adelphi, Milano, 1971, pp. 88 e ss.

 

 

venerdì 31 maggio 2013

TANTI CUCCIOLI, UNICO LINGUAGGIO

Photo by Robert Terrell
www.flickr.com/photos/ratterrell/125200561
 

Immaginate un morbido gattino e un bimbo paffutello. Che cosa hanno in comune? Entrambi ispirano tenerezza. I loro caratteristici tratti infantili sono un forte stimolo alle cure parentali. Tali caratteri sono stati individuati per la prima volta da Lorenz che si era reso conto che tutti i cuccioli, sebbene appartenenti a specie diverse, avevano una serie di qualità specifiche molto simili. Negli animali omeotermi, ad esempio, un segnale infantile è la testa con forma bombata. Altre caratteristiche sono occhi grandi e localizzati al di sotto della linea mediana del viso, guance paffute, corpo tozzo, aspetto soffice. Nei canidi un’ ulteriore peculiarità dei cuccioli sono le orecchie pendenti. In questi casi si parla di schema (o Gestalt)  infantile, cioè di un insieme di caratteri condivisi da giovani di specie anche molto diverse tra loro che consentono ad un piccolo di essere riconosciuto come tale non solo, come è ovvio, dai propri genitori, ma anche da adulti estranei della propria specie o, addirittura, da individui di specie diversa. I  cuccioli avrebbero quel “qualcosa di speciale” che induce chi li ha di fronte ad assumere un atteggiamento protettivo e a curarli o, almeno, a non far loro del male.

Lorenz con una serie di esperimenti dimostrò che gli esseri umani mostrano un comportamento affettuoso verso individui che hanno una Gestalt infantile, cioè che corrispondono ad una loro idea mentale di “piccolo”.  La cosa straordinaria è che la Gestalt infantile che percepisce un umano non è differente, nella maggior parte dei casi, da quella che ha un animale di un’altra specie. I piccoli, insomma, con il loro aspetto indifeso e tenero, hanno un lasciapassare per il cuore di tanti adulti, utile soprattutto quando il rischio di incappare in pericoli fuori della propria tana è alto.


Photo by Sébastian Dario
www.flickr.com/photos/sebastian-silva/2888393888

 
 
L’emancipazione, cioè il progressivo allontanamento dal nido o dalla tana da parte del cucciolo che muove i suoi primi passi  nel mondo esterno, è un momento altamente rischioso e, quindi, è meglio poter contare sulla protezione e sulle cure di tanti, piuttosto che di pochi. La natura ha pensato anche a questo. Gli animali che sono inetti alla nascita, ad esempio un gattino, un topolino o un coniglietto, nei primi giorni di vita stimolano le cure parentali solo in chi è più vicino a loro, cioè i propri genitori. Essi sono ciechi, nudi, molto piccoli e non hanno un aspetto paffuto. Se mostrati ad un essere umano, ad esempio, è facile che suscitino ribrezzo piuttosto che tenerezza, perché non devono affrontare subito il mondo esterno e i suoi pericoli. I caratteri infantili compariranno, infatti,  solo al momento dell’emancipazione.
L’efficacia dello schema infantile è alla base di uno dei fenomeni più belli osservabili in natura: l’adozione. Un piccolo che è stato inavvertitamente allontanato dai genitori non ha molte possibilità di sopravvivere da solo.

Chi si prenderà cura di lui non sempre appartiene alla stessa specie del cucciolo smarrito, per questo è un indubbio vantaggio per i piccoli avere dei segnali  scatenanti simili, atti a indurre qualsiasi adulto, anche di specie diversa, ad occuparsi di loro.

 Probabilmente i segnali infantili e la tendenza all’adozione sono alle origini dell’addomesticamento di molti animali da parte dell’uomo. È  probabile, infatti, che circa 10.000 – 20.000 anni fa, i nostri progenitori cacciatori abbiano incontrato dei cuccioli e, anziché ucciderli, inibiti dai loro segnali infantili, li abbiano portati con sé, prendendosene cura.

Lorenz immagina così l’incontro tra un uomo preistorico e il suo futuro migliore amico: «Si può immaginare che un giorno una donna o una bambina che voleva “giocare alla bambola” abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. (…) Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sé, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni» (Lorenz K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004, p. 20.).

L’adozione ha coinvolto l’uomo non solo nella veste di genitore, ma anche di cucciolo bisognoso di cure. Pagano, ad esempio, ha raccolto una serie di casi di bambini/lupo, cioè bambini allevati da animali selvaggi, al di fuori di ogni contatto con esseri della propria specie (fonte: www.feralchildren.com).

Il bisogno di protezione e cure dei piccoli, in genere, si rivela efficace. I genitori si prodigano per loro, li difendono, li nutrono, insegnano  ciò che sarà importante per il futuro. In alcuni casi, come abbiamo visto, i piccoli smarriti vengono adottati da adulti estranei loro conspecifici, o da animali appartenenti ad altre specie. Fino a che punto i segnali non verbali infantili hanno efficacia?

L’adozione interspecifica è sicuramente un ottimo esempio della validità dello schema infantile, uno dei rari casi di comunicazione capace di travalicare le barriere tra le specie. Di fronte ad un inerme animaletto nessuno sa resistere: inimicizie di “vecchia data”, come l’atavica incomprensione tra cane e gatto si fanno immediatamente da parte quando in ballo c’è la sopravvivenza di un cucciolo. Molte gatte si trasformano in balie per cagnolini e altrettanto fanno le cagne con i gattini.

In altri casi, i messaggi dei cuccioli sono stati alla base di fenomeni di solidarietà interspecifica. Masson racconta questo commovente episodio: «Una sera, durante la stagione delle piogge in Kenya, un rinoceronte nero femmina arrivò col suo piccolo in una radura in cui un gruppo di cineoperatori aveva lasciato del sale per attrarvi animali. Dopo aver leccato del sale la madre si allontanò, mentre il piccolo rimase immobilizzato nel fango profondo. Sentendo le sue invocazioni d’aiuto, la madre tornò, lo annusò, lo esaminò e poi si diresse verso la foresta. (…) Intanto arrivò nella radura un gruppo di elefanti. (…) Un elefante adulto dalle grandi zanne si avvicinò al piccolo rinoceronte e abbassò su di lui la sua proboscide. Poi si inginocchiò, infilò le zanne sotto il piccolo e cominciò a sollevarlo» (MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999, p. 240).

L’elefante di questo episodio stava cercando di prestare al piccolo l’aiuto che la madre, per le sue caratteristiche fisiche, non era in grado di dargli. In più dal resoconto di Masson risulta che il soccorritore fu più volte attaccato dalla madre che non era troppo sicura delle sue intenzioni.

Fin qui abbiamo considerato animali che sono simili o che non si somigliano ma tra cui non esiste un rapporto predatore/preda. Il cucciolo, infatti, in molti casi è sinonimo di cibo per gli adulti di altre specie. Un piccolo di antilope, per quanta tenerezza possa ispirare, resta una vittima facile per una leonessa. Qualche tempo fa ha destato scalpore tra gli studiosi del comportamento animale il caso di una leonessa che ha adottato ripetutamente cuccioli di antilope (Fonte: www.animalieanimali.it). Essa continuava a cacciare i simili del suo figlioletto adottivo ma non ha mai mostrato un atteggiamento aggressivo nei confronti di quest’ultimo che veniva regolarmente coccolato e accudito. Quando il branco a cui apparteneva la leonessa decise di ripristinare la legge della natura, mangiando il cucciolo di antilope, la madre adottiva mostrò un comportamento di astenia. Per dirla in termini antropomorfici: sembrava triste. Poco tempo dopo fu vista in compagnia di un altro orfanello di antilope. Gli etologi non sanno spiegarsi il perché di questo atteggiamento poco proficuo a livello biologico. Alcuni hanno ipotizzato l’esistenza di traumi o particolari esperienze nel passato della leonessa, di cui, però, non esistono prove o certezze. L’unica cosa certa è che, per una volta, nella savana africana la legge della natura ha deciso di fare un’eccezione, intenerita, forse, dal pianto di un piccolo che chiedeva aiuto.

Fonti bibliografiche e webgrafia:

MAINARDI D., Dizionario di Etologia, Einaudi, Torino, 1992

MAINARDI D., L’etologia caso per caso, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 2002

LORENZ K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004

MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999


martedì 21 maggio 2013

BESTIARIO 2.0 - LA TARTARUGA



Photo by Ilaria Della Corte

 
La canzone di Bruno Lauzi, le favole della tradizione, filastrocche, indovinelli: mille modi di ritrarre i diversi volti di questo simpatico animaletto, amico del sole e della primavera.

Simbolo antico, per millenni ha incarnato ciò che è solido, concreto. Molte raffigurazioni pittoriche e scultoree la ritraggono intenta a sostenere il Mondo, fondamento dell’ordine cosmico e dell’universo. Per la forma del suo guscio, la tartaruga ne è stata infatti una delle rappresentazioni: la corazza superiore (scudo) è incurvata come il cielo sulla parte inferiore (il piastrone) che simboleggia la terra, anticamente ritenuta piatta. Per questa sua attinenza con l’ordine cosmico, nella tradizione il numero delle placche che ne compongono l’esoscheletro (quello che chiamiamo comunemente “guscio”), ovvero 24, simboleggiava il Cosmo.

 

Come abbiamo visto nella presentazione del blog, gli animali, nell’arte, nella letteratura e nell’immaginario collettivo spesso incarnano vizi e virtù tipicamente umane. Lo testimoniano le favole morali tradizionali o le cosiddette leggende eziologiche, ossia quelle leggende che spiegano l’origine di una determinata specie di animale. La tartaruga non fa eccezione ed è un simbolo ricorrente e trasversale a molteplici culture.

 
Essa rappresenta la solidità, la concretezza, l’attaccamento alle cose terrene per via delle sue abitudini di animale che striscia sul suolo e al quale gli antichi bestiari attribuivano anche vita sotterranea (quest’ultima convinzione è da attribuirsi all’abitudine di questi rettili di scavare buche nel terreno per deporre le uova o di sotterrarsi durante il periodo di ibernazione o estivazione, ovvero durante le fasi “letargiche”). A quest’ultima caratteristica biologica, il riposo invernale, si riconducono tutte le usanze della tradizione contadina che fanno previsioni metereologiche in base alla profondità e alla rapidità con cui le tartarughe scavano la buca per trascorrere il letargo: più si affrettano, maggiori sono le probabilità che si vada incontro ad un inverno rigido.

 
Per la sua conformazione, caratterizzata dalla presenza di un esoscheletro esterno, è simbolo stesso della casa, della riservatezza e del focolare domestico.

 
L’incedere lento di questo animaletto (mai constatato, a dir la verità, nella mia velocissima tartaruga d’assalto!) lo ha reso l’emblema stesso della lentezza, non in senso meramente“passivo”, bensì quale caratteristica associata alla ponderazione e alla saggezza. Di qui uno dei miei motti preferiti: “Festina lente”, cioè “Affrettati lentamente”, attribuito dallo scrittore latino Svetonio all’imperatore Augusto. La raffigurazione pittorica del motto rappresenta una tartaruga spinta da una vela e, in qualche caso, circondata da angeli o cherubini.

Sempre legata alla proverbiale andatura della tartaruga e alla sua costanza e perseveranza è la celebre favola che la vede protagonista di una gara di corsa con la lepre. Come sappiamo, quest’ultima pagherà a caro prezzo la sua superbia e si vedrà superata dalla tartaruga che sa che “Chi va piano, va sano e va lontano”, come recita il vecchio adagio. E’ questa la simbologia a cui attingono anche i detti: “Col tempo la tartaruga arriva in cima al monte” e “Senza fretta la tartaruga va dove corre la lepre”.


Nell’antica Grecia questo tenace animaletto è stato simbolo della Musica, perché si narra che dal suo guscio Mercurio abbia creato la prima lira, e del Peloponneso, visto che le tartarughe terrestri erano molto diffuse in quell’area geografica.


La tradizione popolare ci consegna anche una serie di Santi protettori degli animali. La tartaruga gode in questo caso di una posizione di privilegio poiché ha come protettore celeste la Madonna, per via di una commovente leggenda che fa infinita tenerezza a chi conosce le movenze goffe di questo animaletto mentre cerca di mangiare cose che sfuggono alla sua insaziabile voracità.

Narra la leggenda che, dopo la morte di Gesù, Maria fosse talmente affranta dall’assenza fisica del suo Figlio Divino da sprofondare in una profonda ed inguaribile tristezza. Né gli apostoli a cui Gesù l’aveva affidata, né le persone a lei più care riuscivano a strapparle un solo sorriso. Un giorno, mentre era nel suo giardino, seduta sotto un albero di ciliegio, a pensare a Gesù, notò una piccola tartaruga che invano cercava di mordicchiare una ciliegia caduta dall’albero, senza riuscirvi perché il frutto continuava a rotolare senza che essa arrivasse a raggiungerlo. La ciliegia andava avanti e la tartaruga dietro. Per la prima volta dopo la morte di Gesù, grazie a quel piccolo e buffo animaletto, la Madonna sorrise di nuovo e si sentì sollevata. Da allora veglia su queste piccole creature e, di conseguenza, per chiunque faccia loro del male è prevista una severa punizione celeste: chi uccide una tartaruga patirà in terra tanti anni, quanti sono quelli che la tartaruga impiega a salire le scale del Paradiso che la conducono dalla Vergine.

 

lunedì 20 maggio 2013

LA TARTARUGA


by Il@riett@
 
La tartaruga, me la ricordo,
era una bestia ritardataria,
non andavamo troppo d'accordo,
io sempre in moto, lei con quell'aria
di tirar tutte le cose in lungo,
di dire " Aspetta, che ti raggiungo!".
Le rispondevo: "Ma chi ti aspetta?
Chi accorcia il passo per darti retta?"

E via di corsa dal piano al colle,
dal monte al mare, sempre più folle,
però fra i piedi, dopo ogni fuga,
chi mi trovavo? La tartaruga.

Fatto più grande presi il biglietto
per i reami dell'intelletto
e, sopra al vento della fortuna,
fui trasportato dentro la luna,
dove ho trovato (chi ci pensava?)
la tartaruga che m'aspettava.

In quel momento pel firmamento
passa una donna d'oro e d'argento
la inseguo un anno da stella a stella,
l'afferro un giorno, le dico: "Bella!".
Ma sai chi scopro dentro il suo cuore?
La tartaruga d'un pigro amore.

Corsi più tardi la cavallina
amai le donne dell'Indocina,
campai d'inganni, vissi d'oblio,
ma ad ogni svolto del viver mio
c'era in agguato la tartaruga
che masticava riso e lattuga.

La tartaruga non mi rimprovera,
mi dice solo con aria povera:
"Tu corri, è vero, tu hai l'ali ai piedi,
però alla mèta, come ben vedi,
oltre alla noia che ti prosciuga,
cosa tu trovi? La tartaruga.

Gira e rigira si torna al punto
da cui si parte, rotondo è il mondo,
quando alla fine ti credi giunto,
non hai compiuto che un giro tondo,
e in questa corsa senza respiro,
fuor di te stesso chi pigli in giro?"

"Crepa - le dico - bestia impotente!"
Ma lei risponde: "Tu non sai niente.
S'anche crepassi, fratello mio,
ci troveremmo dinanzi a Dio,
che, esaminandoci, direbbe : "Strano,
quanto è più bestia l'essere umano!"

L. Folgore

I PROSSIMI APPUNTAMENTI: Gatti all'ombra della Piramide e IlluminARTI


Cari amici,

si avvicinano due appuntamenti molto speciali:

 

GATTI ALL’OMBRA DELLA PIRAMIDE 25 e 26 maggio 2103 – Roma, Piramide Cestia

 Tante iniziative ed ospiti d’eccezione per l’incontro con l’associazione che si occupa degli storici “inquilini” della Piramide!

Di seguito il programma dell’evento:

 


 
ILLUMINARTI – 26 maggio 2013 – Piedimonte Matese (Caserta), Borgo Medioevale di S. Giovanni

Luci e suggestioni per riscoprire la storia di uno splendido borgo…
 
 

 

IL LINGUAGGIO DELL'AMORE: LE CURE PARENTALI


Photo by Eric Heupel
A mother's touch
http://www.flickr.com/photos/eclectic-echoes/54629630/
 
La leggenda delle “lacrime del coccodrillo”, come tutte le leggende, ha un fondo di verità. È indubbio che il coccodrillo pianga, cioè che lacrimi.

Questo comportamento è necessario per espellere i sali in eccesso. La leggenda, però, parla di lacrime di coccodrillo versate dall’animale dopo aver divorato i figli. Pentito del suo crudele comportamento nei confronti della  prole, il grosso rettile sfogherebbe così il suo dolore. A far nascere questo detto è stato l’atteggiamento del coccodrillo verso i suoi piccoli, perché, spesso, esso li trasporta in bocca, tra i suoi temibili denti e, straordinariamente, non fa loro alcun male. I coccodrilli neonati, poco più grandi di una lucertola, non potrebbero sentirsi così al sicuro in nessun altro posto. Nonostante la tendenza antropomorfica non porti a pensare ad un animale come il coccodrillo come esempio di rapporto genitore/figlio, il temibile rettile gode di  ottima fama tra gli etologi  per le cure parentali. 

Gli etologi definiscono cure parentali «la parte di investimento parentale di un individuo successiva alla fecondazione» (Mainardi D., Dizionario di etologia, Einaudi, Torino, 1992, p. 233). In alcune specie, tra cui la maggior parte dei mammiferi, le cure parentali sono indispensabili perché la prole non nasce autosufficiente. In altri casi, come avviene per molti pesci o rettili, sono totalmente assenti. In fatto di cure parentali, però, non si può mai generalizzare. Animali simili per molti aspetti possono relazionarsi alla prole in modo completamente differente: sia il coccodrillo che la tartaruga sono rettili, eppure il primo è un genitore premuroso e vigile, che sorveglia instancabilmente la prole fin quando essa non diviene autonoma, l’altra si limita a depositare le uova in una buca scavata nel terreno e poi se ne disinteressa del tutto.

Non si sa con esattezza perché alcuni animali si dedichino alle cure parentali, ma sono state avanzate numerose ipotesi.

Un fattore che sembra influenzarne l’esistenza è l’habitat naturale di una determinata specie animale: l’accudimento della prole è più probabile per quegli animali che vivono stabilmente in un luogo. Le cure parentali, ad esempio, sono presenti in molte specie di pesci della barriera corallina, mentre non sarebbero altrettanto prevedibili per pesci che vivono in mare aperto. Anche le minacce alla sopravvivenza della prole, determinate dalla presenza di predatori o situazioni ambientali sfavorevoli, possono costituire un motivo biologico della dedizione parentale. Ad esempio il Bledius Spectabilis, un coleottero che popola le zone dell’Europa Settentrionale, depone le uova in un cunicolo sotto terra. Se non ci fosse la madre a ventilare il  cunicolo, i piccoli morirebbero soffocati.

Non c’è dubbio che, parlando di cure parentali, accanto al valore biologico del rapporto genitore/figlio, abbia un ruolo importante anche l’aspetto comunicativo di una fase della vita che, all’ adulto e al cucciolo, lascia un bagaglio di esperienze fondamentali. La comunicazione genitori/figli si avvale spesso di messaggi non verbali, volontari e involontari, importanti quanto la “fortuna” genetica e le condizioni favorevoli. Capire e farsi capire dai propri genitori è indispensabile per i cuccioli che devono subito instaurare  un rapporto unico e speciale con gli unici esseri che possono nutrirli, proteggerli e insegnare loro le regole dello straordinario gioco della vita.

Fonti bibliografiche:


ALLPORT S., Tutti i genitori del mondo. Viaggio nella famiglia animale, Baldini e Castoldi, Milano, 1998

MAINARDI D., Dizionario di etologia, Einaudi, Torino, 1992

 

mercoledì 1 maggio 2013

FELINI LEGGENDARI


Photo by Sel
http://www.flickr.com/photos/-sel-/1810757532/

“E il gatto? Oh, per se non volle quasi niente! Si tolse per sempre gli scomodi stivaloni, non rivolse mai più la parola a nessuno e tornò al suo mestiere di gatto di buona famiglia”.

Con queste semplici parole si conclude una delle più celebri fiabe, Il gatto con gli stivali, il cui furbo protagonista a quattro zampe, ereditato da un giovane senza il becco d’un quattrino, si trasforma per lui nella più grande delle risorse e riesce a regalargli un futuro agiato, da principe consorte.

Il gatto in questo caso si trasforma in un emblema, incarna l’astuzia sottile in grado di sopraffare gli antagonisti del suo padrone. Da sempre il potere fascinatorio e la valenza simbolica attribuita al piccolo felino attraversano le culture in modo trasversale ed inaspettato. Da creatura mitologica e venerata nell’antico Egitto a compagno di scorribande delle streghe durante il Medioevo, il gatto, spesso suo malgrado, ha saputo farsi strada nell’immaginario collettivo incarnando pregi e difetti, divenendo esempio o monito, oggetto dell’interesse scientifico e bersaglio prediletto della superstizione. Gli antichi bestiari medievali, raccolte di aneddoti e credenze del tempo sulle varie creature viventi, spesso confuse e mescolate con animali e mostri mitologici, descrivono il gatto come un essere misterioso ed indecifrabile, legato per questo all’esoterismo, alla stregoneria, spesso incarnazione del diavolo, delle streghe, delle anime dei morti, delle fate. Da questa visione derivano una serie di superstizioni e credenze, nella maggior parte dei casi poco generose nei confronti del gatto. Alcune di esse hanno un fondo di verità, dal momento che si può trattare di interpretazioni errate di comportamenti felini ai quali siamo abituati ad assistere: ad esempio, l’etologo Desmond Morris nell’opera Capire il gatto sfata una credenza popolare che è costata l’abbandono a tanti ignari felini, ovvero la convinzione che i mici si avvicinino alle culle per rubare il respiro ai bambini. In realtà, forse attratti dal vagito dei neonati che può ricordare i miagolii, i gatti si avvicinano alle culle per semplice curiosità. Animale “esploratore” per eccellenza, il gatto di casa si avvicinerà alla culla incustodita per “sbirciare” l’ultimo arrivato, lo strano uomo in miniatura che fa tutto quel baccano. Ma di rubare il respiro neanche a parlarne! La sua presunta amicizia con le forze oscure ha generato inoltre la credenza secondo la quale il cervello del gatto conteneva un veleno potente. Ma l’elenco di superstizioni derivate dalle caratteristiche comportamentali del piccolo felino non finisce qui: gli schiamazzi durante l’accoppiamento venivano infatti giustificati dalla tradizione popolare con la convinzione che il liquido seminale del gatto maschio fosse ardente e generasse nella femmina un dolore atroce. La tradizione popolare, lontana dalla spiegazione scientifica di tale comportamento, aveva tuttavia individuato il reale fastidio che prova la femmina durante l’accoppiamento, che si conclude con quel sonoro e sofferto miagolio e una bella zampata ai danni del “focoso” amante. Il motivo reale del comportamento è la particolare conformazione dell’organo genitale maschile del gatto, caratterizzato dalla presenza di corte spine acuminate, finalizzate alla stimolazione dell’ovulazione indotta nella gatta.

Avete mai provato a fissare a lungo un gatto negli occhi? Se è il vostro gatto, che vi conosce e ha imparato ad interagire con un modo di fare del tutto “umano”, è probabile che ricambi il vostro sguardo, regalandovi alcune delle bellissime sensazioni descritte anche dai grandi poeti che dal piccolo felino hanno ricevuto amicizia ed ispirazione. Ma se il gatto è un randagio, poco avvezzo alle moine degli esseri umani, è più probabile che fili via a gambe levate o, addirittura, diventi aggressivo se non ha alcuna via di fuga. Il motivo è da ricercarsi nel significato che gli animali attribuiscono allo sguardo fisso: una vera e propria minaccia. Da questo comportamento deriva una delle credenze che stiamo passando in rassegna. Alcune tradizioni popolari, infatti,insegnano ai bambini a tenere in braccio con prudenza l’animale perché, se esso vede il proprio riflesso nei nostri occhi, si avventa e graffia quello che crede essere un rivale.

L’amore del gatto per il focolare domestico e per gli ambienti accoglienti è invece all’origine della simbologia domestica che il nostro amico ha incarnato. Durante il Medioevo il gatto era considerato una protezione potente contro gli influssi malefici e contro gli incendi delle abitazioni. Questa sorta di riabilitazione di una creatura letteralmente “demonizzata” durante i secoli bui ci farebbe ben sperare… se non fosse per la macabra tradizione che accompagnava questa convinzione: murare vivo un gatto nella casa a perenne protezione del focolare domestico. Fortunatamente un’altra superstizione bilancia la precedente: uccidere un gatto porta sulla persona che lo fa sette anni di guai. Ma se  uccidere è peccato, non si può dire lo stesso del rubare: la tradizione vuole che perché un gatto sia un buon cacciatore di topi deve essere rubato dalla casa dove abita. In Sicilia, ad esempio, il furto dell’animale, così come quello delle galline, non era considerato peccato da confessare al sacerdote, come recita un vecchio detto in dialetto: “ Gaddi e gaddini, li Signuri si nni ridi”, ovvero “Gatti e gattini, il Signore se ne ride”, nel senso che non se ne cura.

Da angelo del focolare a creatura libera, il gatto affascina anche per questo “multiforme ingegno”. Il suo amore per la vita libera gli ha garantito un posto, sia pur solo simbolico, sull’Olimpo. Il nostro amico a quattro zampe compare infatti accanto alla dea della Libertà. Proprio rifacendosi a questa immagine la Repubblica Francese adottò l’emblema della Libertà con un gatto acciambellato ai suoi piedi.

Il gatto, in molte regioni italiane legate alla tradizione contadina, è anche più efficace di una stazione meteorologica. Un detto triestino, ad esempio, recita: “Co’ el gato se lissa piovi”. Il che tradotto suona come “ Se il gatto si lecca il pelo viene acqua giù dal cielo”, quindi si dice che quando il gatto si lava il muso insistentemente con la zampa la pioggia è prossima. Non vi sono legami scientifici tra questo comportamento e le precipitazioni, ma comunemente si spiega tale nesso con l’aumento di elettricità dell’aria all’avvicinarsi del temporale, che potrebbe produrre un fastidio nell’animale, tanto da indurlo a lisciarsi insistentemente il pelo. A Firenze per descrivere questo comportamento si fa riferimento ai versi del Fagiuoli: “ Ed in questo osservate col zampino/ se si passa l’orecchio e dite pure/ che farà pioggia perch’egli è indovino…”.

Come tutti gli amanti dei gatti avranno avuto modo di osservare, il nostro piccolo amico è un grandioso equilibrista. Ciò che non tutti sanno è che la coda gioca un ruolo fondamentale, soprattutto nel meccanismo che consente al gatto di rovesciarsi in aria durante la caduta per atterrare sulle zampe. La coda del micio è stata oggetto di una vera e propria persecuzione a causa di false credenze: in Sardegna e in Emilia, ad esempio, si era soliti tagliare la coda del gatto perché si riteneva che contenesse un vermicello che poteva in qualche modo inibirne la crescita. Il fatto che il gatto cada sempre in piedi, secondo quanto narra Almacin, vissuto nel secolo XI, è un regalo di Maometto per la sua gatta, di nome Mueza. Un giorno, secondo la leggenda, Mueza si addormentò sul mantello del suo padrone. Quando il profeta dovette alzarsi non volle disturbare la sua Mueza, tanto il suo sonno gli parve profondo e mirabile, che decise di tagliare il lembo di mantello sui cui la gatta dormiva e andò via. Al suo ritorno Mueza, che aveva compreso l’attenzione riservatele dal suo padrone, gli fece la riverenza, inarcando il dorso e alzando la coda. Maometto la carezzò tre volte e fece da allora a tutti i gatti il dono di cadere sempre sulle zampe, riservando alla sua Mueza un posto in Paradiso. E’ un piacere concludere la nostra carrellata di simbologie e credenze proprio con questa leggenda che affonda le sue radici in una lontana e bella amicizia. Perché ogni legame tra due creature diverse, come il gatto e l’uomo, si fonda sempre sul rispetto reciproco e sull’amore, quello vero, figlio della conoscenza, della condivisione e della comprensione.
Pubblicato su Catzine, giornale online de I Gatti della Piramide



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martedì 23 aprile 2013

LE BELLE E LE BESTIE: LE DONNE E LA SCIENZA DEL COMPORTAMENTO



Photo by Kelly Garbato
www.flickr.com/photos/smiteme/372440103

Prendo spunto da un bel libro di Carole Jahme “La bella e le bestie”, per questa mia riflessione di oggi.
Ricordo di averlo letto con attenzione in qualche pomeriggio romano rovente dell’estate scorsa, in compagnia di un amico d’eccezione, il mio amato micio, Nuvola.

Oggi, mentre ripenso a quelle pagine, accanto all’irrefrenabile ed infinita nostalgia del mio amatissimo gattone, mi tornano alla mente i pensieri tutti al femminile che quella lettura ha suscitato in me. E’ la storia delle pioniere della primatologia, un ritratto fedele di donne “ordinarie”, con un talento straordinario: farsi accettare da animali selvatici e diventare parte del loro branco, del loro mondo, delle loro giornate, studiare il loro comportamento e consegnarci pagine preziose sugli aspetti della vita segreta di queste stupende creature.

C’è un dato estremamente interessante che emerge dalla lettura di questo libro e da una crescente parte della letteratura di settore: noi donne siamo le più amate dagli animali.
Ci accettano più volentieri e in minor tempo in prossimità del branco o dei gruppi familiari. Leggono il nostro comportamento come meno aggressivo rispetto ai nostri conspecifici di sesso maschile.
Da parte nostra, noi donne sfoderiamo un’empatia senza eguali e una capacità di leggere il comportamento non verbale più immediata rispetto a quella degli uomini, probabilmente derivante dal nostro ruolo di madri, creature istintivamente attente ai segnali di esseri non in grado di comunicare attraverso le parole.

 Un legame inscindibile, insomma, quello tra le belle e … le bestie. Le pagine di Carole Jahme dipingono le vite avventurose di tre ragazze (Jane Goodall, Dian Fossey, Biruté Galdikas), chiamate Leakesy’s Angels, gli Angeli di Leakey, interessate all’etologia, desiderose di trovare uno sponsor accademico che consenta loro una ricerca sul campo. Lo trovano nel Prof. Louis Leakey, uno dei primi ad avere l’intuizione che affidare gli studi sul campo a ricercatori in gonnella può rivelarsi un buon affare. La maggior parte delle scoperte rivoluzionarie sulla quotidianità di questi animali la dobbiamo a loro: dai legami familiari all’uso di utensili, passando per gli aspetti prossemici e la costruzione di artefatti. Un lungo percorso, quello fatto dalle studiose, per il quale sono stati sacrificati affetti, sicurezza personale, in alcuni casi la vita. Penso all’esperienza tragica di Diane Fossey, al suo cruento omicidio, a quella sua espressione disperata accanto al cartello che reca la scritta “Why, Ruanda?”, con il quale chiede di rompere il muro di omertà che circonda l’uccisione del suo “oggetto” di studio, il gorilla di montagna Digit, brutalmente decapitato dai bracconieri con l’intento di lasciare un messaggio a quella testarda donna che proprio non ne voleva sapere di abbandonare le scimmie al suo destino. Mi viene in mente quella nuova, stravagante usanza, di dare un nome ai singoli esemplari, come membri della propria famiglia. Una decisione fuori dagli stretti confini della consuetudine accademica del tempo, che prevede di attribuire agli “oggetti” di studio solo un numero o codice identificativo.
Penso a Jane Goodall, una donna bellissima, ritratta tra i cespugli, come una sorta di musa ispiratrice di qualche poeta bucolico, nei primi scatti che la ritraggono, di cui oggi parla con ironia. Una vita, quella di Jane Goodall, dedicata agli scimpanzé, ai cuccioli resi orfani dal bracconaggio e al desiderio di far nascere qualcosa di bello dall’armonia tra animali e uomini, con una miriade di progetti volti a dare lavoro e istruzione, nel nome della tutela del patrimonio naturalistico e faunistico. Penso ad una famiglia dedita allo studio dei misteriosi e timidi Orangutan, capaci di grandi tenerezza e, al contempo, di comportamenti violenti.
Si dice che le donne seguano il cuore. Come dimostrano le vite e l’esperienza di molte donne speciali, lo seguono a maggior ragione quelle che hanno cervello.

Siti consigliati:

Jane Goodall Italia
Blog Dr. Biruté Galdikas
Gorilla Fund


 

BUGIE "BESTIALI"




Photo by Jerik0ne "Bimbo di legno"
www.flickr.com/photos/jerik0ne/2527756424
 



«Il gatto tornò a casa. E disse a tutti gli animali suoi amici: “Fra cinque giorni da oggi, annunciate a tutti che io sono morto e che voi vi preparate a seppellirmi”. Il quinto giorno il gatto si allungò piatto al suolo, fingendo di essere morto. E tutti gli animali vennero e danzarono intorno a lui. D’un tratto il gatto balzò in piedi e si avventò contro il topo per mangiarlo».
Il gatto protagonista di questa favola mente per rimediare un pasto senza fare troppa fatica. Ma quanto c’è di vero in questo racconto? Gli animali possono davvero mentire? Se raccontassimo questa storia a un bambino e gli chiedessimo cosa ne pensa, probabilmente non avrebbe difficoltà a credere che anche un animale possa dire una bugia. Chiunque condivida le giornate con un animale domestico sa bene che loro, gli altri animali, ognuno con le proprie esigenze e caratteristiche, sono più simili a noi di quanto crediamo.

Incontriamo allora insieme i nostri amici “bugiardi” e scopriamo quanti tipi e livelli di menzogna esistono nel regno animale.

Un primo livello di bugia, il mimetismo, risultato di un adattamento dettato dall’evoluzione, è raramente intenzionale. Si tratta, più che altro, di uno stratagemma inventato dalla natura per creare una difesa per animali vulnerabili. Quando si parla di mimetismo la mente va subito al camaleonte che cambia colore a seconda dell’ambiente. In realtà le modalità di mimetizzazione sono tante e non si limitano a garantire una somiglianza cromatica tra animale ed ambiente.

Molti animali hanno una livrea terrifica che riproduce occhi minacciosi. In genere si trovano su parti nascoste che vengono esibite in caso di pericolo. Quando allarga le ali, la farfalla Vanessa io mette in mostra il disegno degli occhi che spaventa il predatore, perché fa sorgere in lui il dubbio di trovarsi faccia a faccia con un altro vertebrato che lo fissa.

Alcuni insetti si difendono invece con le macchie di sviamento. La farfalla Semele, se infastidita, schiude le ali quel tanto che basta per far vedere una macchiolina nera con un puntino bianco, simile a un occhio d’insetto. Lo scopo non è evitare la beccata ma far in modo che l’aggressore la diriga verso una parte non vitale dell’animale, come la punta estrema delle ali.

Restando tra gli insetti “bugiardi”, la Photuris, una specie di lucciola, imita le intermittenze che le femmine di un’altra specie usano per incontrare i maschi durante il periodo dell’accoppiamento, per attirare e divorare i malcapitati.

Alcuni uccelli, che costruiscono il nido a terra, come pivieri e beccaccini, improvvisano vere e proprie messinscene per attirare su di sé l’attenzione dei predatori che si avvicinano. Il volatile “bugiardo” può fingere di covare un nido inesistente che si trova in posizione diametralmente opposta a quello reale, per indurre il pericoloso predone a scavare in una buca vuota. Se la situazione lo consente il piviere può anche fingersi vulnerabile e ferito, trascinando un’ala o mostrando di zoppicare, in modo da farsi inseguire dal predatore e allontanarlo il più possibile dai piccoli. Non possono sorgere dubbi sull’intenzionalità di tali comportamenti, dal momento che l’ uccello usa questo tipo di diversivo solo in presenza di potenziali razziatori. Se si avvicinano al nido bovini o grossi ungulati, infatti, i pivieri, invece di far finta di essere feriti, si alzano ben visibili sulle zampe e “schiamazzano”: sanno bene che gli ungulati non mirano alle loro uova ma rischiano di calpestarle.

Le bugie pienamente consapevoli sono una prerogativa di animali più evoluti: i nostri cugini primati, ad esempio, sono molto abili a mentire. Le scimmie non solo sanno ingannare i propri simili ma hanno dimostrato di capire anche quando un imbroglio viene messo in atto. Alcuni studiosi hanno ad esempio potuto verificare che dei piccoli primati erano in grado di capire che un essere umano era stato ingannato da un altro. Il test sulle aspettative si realizzava in questo modo: un etologo nascondeva una mela, di cui aveva mangiato un pezzo, in una scatola. Poi si allontanava dalla stanza all’interno della quale si trovava la scatola. Sopraggiungeva poi un altro ricercatore che prendeva il frutto e lo nascondeva in un altro posto. Le scimmie, che avevano seguito tutta la scena, erano consapevoli delle aspettative del primo ricercatore e dell’inganno da lui subito e, pertanto, si mostrarono estremamente sorprese quando il primo ricercatore, ritornato nella stanza, cercò direttamente la mela nel suo nuovo nascondiglio e non dove credeva di averla lasciata.

Il padre dell’etologia, Konrad Lorenz, racconta con tenerezza la storia delle piccole bugie del suo cane, il vecchio Bully. A Bully accadeva, visto che i suoi sensi non erano più quelli di una volta, di abbaiare contro il suo padrone che rientrava a casa, non riconoscendolo nel buio. Queste “brutte figure” erano diventate frustranti per il cagnolino che inventò uno stratagemma per giustificare il suo comportamento sbagliato: quando si rendeva conto dell’errore, Bully oltrepassava il suo padrone, fingendo di andare ad abbaiare contro qualcos’altro che si trovava alle spalle di Lorenz! Chi non riconoscerebbe nella storia di Bully piccoli gesti tipici dei nostri amici a quattro zampe quando tentano di giustificare un loro comportamento a noi sgradito?

In base all’esperienza e all’evidenza scientifica, Noi e gli altri animali siamo diversi, eppure così simili. Che si parli di bugie o di corteggiamento, di aggressività o cura dei piccoli, c’è sempre qualcosa che ci unisce in modo inscindibile. E’ in questo contrasto tra le somiglianze e le differenze che deve trovare spazio la dimensione del rispetto: nelle somiglianze con gli altri animali troviamo noi stessi, con pregi e difetti che ci caratterizzano, grazie alle differenze possiamo invece imparare e condividere. Ricordando sempre che la conoscenza è il fondamento del rispetto. Quello vero, senza bugie, che dovremmo garantire ai nostri compagni di viaggio sul pianeta.

* Pubblicato su “Gli Altri animali”, Trimestrale dell’OIPA Italia

 

lunedì 15 aprile 2013

DOLITTLE - Un bestiario 2.0 per chi ama gli animali


«Sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi. Anch’io parlo con gli animali, seppure non con tutti, come sembra facesse il vecchio re, e ammetto la mia inferiorità su questo punto. Però parlo con alcune specie che conosco bene, e senza bisogno di un anello magico. (….) Per conto mio, trovo che comunque non è sportivo servirsi di un anello magico nei rapporti con gli animali: anche senza ricorrere alla magia le creature viventi ci raccontano le storie più belle, cioè quelle vere. E in natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare». KONRAD LORENZ, L’Anello di Re Salomone

«C'era una volta un re potente e saggio che ogni giorno, a pranzo, quando la tavola era sparecchiata e non c'era più nessuno, si faceva portare ancora un piatto, coperto, da uno dei suoi servi più fedeli. Solamente lui ne mangiava, poi lo richiudeva, e nessuno sapeva che cosa vi fosse dentro.
Un giorno avvenne che il servo, quando il re gli diede il piatto da portare via, non seppe resistere alla tentazione, lo portò nella propria camera, lo aprì e vi trovò dentro una serpe bianca. Vedendola gli venne una tale voglia di mangiarne che non poté trattenersi: ne tagliò un pezzetto e se lo mangiò. Ma appena lo sfiorò con la lingua, udì con chiarezza ciò che si dicevano i passeri e gli altri uccelli davanti alla finestra e comprese così che capiva il linguaggio degli animali». FRATELLI GRIMM, La serpe bianca.

«Quando si cerca di ottenere il meglio del meglio si fa sempre riferimento a un animale: hai un cuore da leone, oppure forzuto come un bue, hai l'occhio di un’aquila, ti muovi veloce come una gazzella, oppure puzzi come una puzzola».Cit. dal film Il Dr. Dolittle

 
L'anello di Re Salomone, la serpe bianca, il Dr. Dolittle. Rispettivamente: un mito e il titolo di un libro di Konrad Lorenz, una fiaba dei Fratelli Grimm e una saga letteraria di Hugh Lofting a cui si sono liberamente ispirati due film.

Cosa avranno in comune? Tutti i protagonisti parlano di animali, anzi, parlano con gli animali.

Un desiderio tipicamente infantile, che ha ispirato racconti di fantasia, saghe epiche, miti e detti popolari. Ma che è alla base di alcune importanti scoperte scientifiche degli ultimi due secoli: un susseguirsi di osservazioni, spedizioni, esploratori in cerca di ipotesi ancora tutte da definire. Fino all'intuizione di personaggi come Konrad Lorenz o Niko Timbergen che iniziano a parlare di una scienza del comportamento animale, di etologia. O alle avventure di primatologhe coraggiose che affrontano foreste, bracconieri ed ambienti accademici "ingessati", poco inclini a lasciare spazi al gentil sesso, al nuovo approccio proposto dalle signore della scienza allo studio de "gli altri animali", come li chiama affettuosamente Gerald Durrel, descrivendo la sua famiglia "bestiale".

 
Gli animali. E il loro modo di comunicare, anche con noi. In alcuni casi, semplice e sorprendente fonte di ispirazione per scrittori e poeti, per artisti che ne hanno esaltato caratteristiche, per trasformarli in straordinari simulacri di vizi e virtù tipicamente umane.

Da oggi nell’oceano di riflessioni, studi, notizie o curiosità su di loro offerte dalla rete, c’è anche questo nuovo piccolo spazio virtuale, una sorta di Bestiario 2.0, che prende il nome dal Dott. Dolittle, perché, come quest’ultimo, ha l’umile intento di far capire e conoscere di più gli animali, il loro linguaggio muto, le credenze e le tradizioni popolari che li riguardano, le ricerche e gli studi ad essi dedicati, le persone che si occupano di loro, la valenza simbolica che assumono nella letteratura, la semiotica a quattro zampe.

 

E’ un blog pensato per un pubblico molto eterogeneo: dagli “addetti ai lavori”, a chi è semplicemente curioso, da chi si interessa di etologia e zoosemiotica cognitiva, a chi cerca una favola o un proverbio che sentiva da bambino, perché vuole conoscerne i retroscena.

Alla stregua di confuso diario di una naturalista curiosa, sempre di fretta e un po’ pasticciona, sarà uno spazio in continuo cambiamento ed evoluzione, che, per il momento, si articola nelle seguenti aree tematiche:


- Il linguaggio degli animali (etologia, zoosemiotica e studi sul comportamento degli animali)

- Bestiario 2.0 (raccolta di leggende, miti, proverbi e aspetti legati ad arte, letteratura e tradizioni popolari, i cui protagonisti sono gli animali)

- Focus su (spunti di riflessione, recensioni, esperienze di ricerca personali e progetti di salvaguardia)

Buona lettura...bestiale!