Un bestiario 2.0 per chi ama gli animali


«Sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi. (….)
Per conto mio, trovo che comunque non è sportivo servirsi di un anello magico nei rapporti con gli animali: anche senza ricorrere alla magia le creature viventi ci raccontano le storie più belle, cioè quelle vere. E in natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare».
KONRAD LORENZ, L’Anello di Re Salomone

venerdì 31 maggio 2013

TANTI CUCCIOLI, UNICO LINGUAGGIO

Photo by Robert Terrell
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Immaginate un morbido gattino e un bimbo paffutello. Che cosa hanno in comune? Entrambi ispirano tenerezza. I loro caratteristici tratti infantili sono un forte stimolo alle cure parentali. Tali caratteri sono stati individuati per la prima volta da Lorenz che si era reso conto che tutti i cuccioli, sebbene appartenenti a specie diverse, avevano una serie di qualità specifiche molto simili. Negli animali omeotermi, ad esempio, un segnale infantile è la testa con forma bombata. Altre caratteristiche sono occhi grandi e localizzati al di sotto della linea mediana del viso, guance paffute, corpo tozzo, aspetto soffice. Nei canidi un’ ulteriore peculiarità dei cuccioli sono le orecchie pendenti. In questi casi si parla di schema (o Gestalt)  infantile, cioè di un insieme di caratteri condivisi da giovani di specie anche molto diverse tra loro che consentono ad un piccolo di essere riconosciuto come tale non solo, come è ovvio, dai propri genitori, ma anche da adulti estranei della propria specie o, addirittura, da individui di specie diversa. I  cuccioli avrebbero quel “qualcosa di speciale” che induce chi li ha di fronte ad assumere un atteggiamento protettivo e a curarli o, almeno, a non far loro del male.

Lorenz con una serie di esperimenti dimostrò che gli esseri umani mostrano un comportamento affettuoso verso individui che hanno una Gestalt infantile, cioè che corrispondono ad una loro idea mentale di “piccolo”.  La cosa straordinaria è che la Gestalt infantile che percepisce un umano non è differente, nella maggior parte dei casi, da quella che ha un animale di un’altra specie. I piccoli, insomma, con il loro aspetto indifeso e tenero, hanno un lasciapassare per il cuore di tanti adulti, utile soprattutto quando il rischio di incappare in pericoli fuori della propria tana è alto.


Photo by Sébastian Dario
www.flickr.com/photos/sebastian-silva/2888393888

 
 
L’emancipazione, cioè il progressivo allontanamento dal nido o dalla tana da parte del cucciolo che muove i suoi primi passi  nel mondo esterno, è un momento altamente rischioso e, quindi, è meglio poter contare sulla protezione e sulle cure di tanti, piuttosto che di pochi. La natura ha pensato anche a questo. Gli animali che sono inetti alla nascita, ad esempio un gattino, un topolino o un coniglietto, nei primi giorni di vita stimolano le cure parentali solo in chi è più vicino a loro, cioè i propri genitori. Essi sono ciechi, nudi, molto piccoli e non hanno un aspetto paffuto. Se mostrati ad un essere umano, ad esempio, è facile che suscitino ribrezzo piuttosto che tenerezza, perché non devono affrontare subito il mondo esterno e i suoi pericoli. I caratteri infantili compariranno, infatti,  solo al momento dell’emancipazione.
L’efficacia dello schema infantile è alla base di uno dei fenomeni più belli osservabili in natura: l’adozione. Un piccolo che è stato inavvertitamente allontanato dai genitori non ha molte possibilità di sopravvivere da solo.

Chi si prenderà cura di lui non sempre appartiene alla stessa specie del cucciolo smarrito, per questo è un indubbio vantaggio per i piccoli avere dei segnali  scatenanti simili, atti a indurre qualsiasi adulto, anche di specie diversa, ad occuparsi di loro.

 Probabilmente i segnali infantili e la tendenza all’adozione sono alle origini dell’addomesticamento di molti animali da parte dell’uomo. È  probabile, infatti, che circa 10.000 – 20.000 anni fa, i nostri progenitori cacciatori abbiano incontrato dei cuccioli e, anziché ucciderli, inibiti dai loro segnali infantili, li abbiano portati con sé, prendendosene cura.

Lorenz immagina così l’incontro tra un uomo preistorico e il suo futuro migliore amico: «Si può immaginare che un giorno una donna o una bambina che voleva “giocare alla bambola” abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. (…) Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sé, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni» (Lorenz K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004, p. 20.).

L’adozione ha coinvolto l’uomo non solo nella veste di genitore, ma anche di cucciolo bisognoso di cure. Pagano, ad esempio, ha raccolto una serie di casi di bambini/lupo, cioè bambini allevati da animali selvaggi, al di fuori di ogni contatto con esseri della propria specie (fonte: www.feralchildren.com).

Il bisogno di protezione e cure dei piccoli, in genere, si rivela efficace. I genitori si prodigano per loro, li difendono, li nutrono, insegnano  ciò che sarà importante per il futuro. In alcuni casi, come abbiamo visto, i piccoli smarriti vengono adottati da adulti estranei loro conspecifici, o da animali appartenenti ad altre specie. Fino a che punto i segnali non verbali infantili hanno efficacia?

L’adozione interspecifica è sicuramente un ottimo esempio della validità dello schema infantile, uno dei rari casi di comunicazione capace di travalicare le barriere tra le specie. Di fronte ad un inerme animaletto nessuno sa resistere: inimicizie di “vecchia data”, come l’atavica incomprensione tra cane e gatto si fanno immediatamente da parte quando in ballo c’è la sopravvivenza di un cucciolo. Molte gatte si trasformano in balie per cagnolini e altrettanto fanno le cagne con i gattini.

In altri casi, i messaggi dei cuccioli sono stati alla base di fenomeni di solidarietà interspecifica. Masson racconta questo commovente episodio: «Una sera, durante la stagione delle piogge in Kenya, un rinoceronte nero femmina arrivò col suo piccolo in una radura in cui un gruppo di cineoperatori aveva lasciato del sale per attrarvi animali. Dopo aver leccato del sale la madre si allontanò, mentre il piccolo rimase immobilizzato nel fango profondo. Sentendo le sue invocazioni d’aiuto, la madre tornò, lo annusò, lo esaminò e poi si diresse verso la foresta. (…) Intanto arrivò nella radura un gruppo di elefanti. (…) Un elefante adulto dalle grandi zanne si avvicinò al piccolo rinoceronte e abbassò su di lui la sua proboscide. Poi si inginocchiò, infilò le zanne sotto il piccolo e cominciò a sollevarlo» (MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999, p. 240).

L’elefante di questo episodio stava cercando di prestare al piccolo l’aiuto che la madre, per le sue caratteristiche fisiche, non era in grado di dargli. In più dal resoconto di Masson risulta che il soccorritore fu più volte attaccato dalla madre che non era troppo sicura delle sue intenzioni.

Fin qui abbiamo considerato animali che sono simili o che non si somigliano ma tra cui non esiste un rapporto predatore/preda. Il cucciolo, infatti, in molti casi è sinonimo di cibo per gli adulti di altre specie. Un piccolo di antilope, per quanta tenerezza possa ispirare, resta una vittima facile per una leonessa. Qualche tempo fa ha destato scalpore tra gli studiosi del comportamento animale il caso di una leonessa che ha adottato ripetutamente cuccioli di antilope (Fonte: www.animalieanimali.it). Essa continuava a cacciare i simili del suo figlioletto adottivo ma non ha mai mostrato un atteggiamento aggressivo nei confronti di quest’ultimo che veniva regolarmente coccolato e accudito. Quando il branco a cui apparteneva la leonessa decise di ripristinare la legge della natura, mangiando il cucciolo di antilope, la madre adottiva mostrò un comportamento di astenia. Per dirla in termini antropomorfici: sembrava triste. Poco tempo dopo fu vista in compagnia di un altro orfanello di antilope. Gli etologi non sanno spiegarsi il perché di questo atteggiamento poco proficuo a livello biologico. Alcuni hanno ipotizzato l’esistenza di traumi o particolari esperienze nel passato della leonessa, di cui, però, non esistono prove o certezze. L’unica cosa certa è che, per una volta, nella savana africana la legge della natura ha deciso di fare un’eccezione, intenerita, forse, dal pianto di un piccolo che chiedeva aiuto.

Fonti bibliografiche e webgrafia:

MAINARDI D., Dizionario di Etologia, Einaudi, Torino, 1992

MAINARDI D., L’etologia caso per caso, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 2002

LORENZ K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004

MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999


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