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| Photo by Robert Terrell www.flickr.com/photos/ratterrell/125200561 |
Immaginate un morbido gattino e un bimbo paffutello. Che cosa hanno in comune? Entrambi ispirano tenerezza. I loro caratteristici tratti infantili sono un forte stimolo alle cure parentali. Tali caratteri sono stati individuati per la prima volta da Lorenz che si era reso conto che tutti i cuccioli, sebbene appartenenti a specie diverse, avevano una serie di qualità specifiche molto simili. Negli animali omeotermi, ad esempio, un segnale infantile è la testa con forma bombata. Altre caratteristiche sono occhi grandi e localizzati al di sotto della linea mediana del viso, guance paffute, corpo tozzo, aspetto soffice. Nei canidi un’ ulteriore peculiarità dei cuccioli sono le orecchie pendenti. In questi casi si parla di schema (o Gestalt) infantile, cioè di un insieme di caratteri condivisi da giovani di specie anche molto diverse tra loro che consentono ad un piccolo di essere riconosciuto come tale non solo, come è ovvio, dai propri genitori, ma anche da adulti estranei della propria specie o, addirittura, da individui di specie diversa. I cuccioli avrebbero quel “qualcosa di speciale” che induce chi li ha di fronte ad assumere un atteggiamento protettivo e a curarli o, almeno, a non far loro del male.
Lorenz con
una serie di esperimenti dimostrò che gli esseri umani mostrano un
comportamento affettuoso verso individui che hanno una Gestalt infantile, cioè che corrispondono ad una loro idea mentale
di “piccolo”. La cosa straordinaria è
che la Gestalt infantile che
percepisce un umano non è differente, nella maggior parte dei casi, da quella
che ha un animale di un’altra specie. I piccoli, insomma, con il loro aspetto
indifeso e tenero, hanno un lasciapassare per il cuore di tanti adulti, utile
soprattutto quando il rischio di incappare in pericoli fuori della propria tana
è alto.
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| Photo by Sébastian Dario www.flickr.com/photos/sebastian-silva/2888393888 |
L’efficacia
dello schema infantile è alla base di uno dei fenomeni più belli osservabili in
natura: l’adozione. Un piccolo che è stato inavvertitamente allontanato dai
genitori non ha molte possibilità di sopravvivere da solo.
Chi si
prenderà cura di lui non sempre appartiene alla stessa specie del cucciolo
smarrito, per questo è un indubbio vantaggio per i piccoli avere dei segnali scatenanti simili, atti a indurre qualsiasi
adulto, anche di specie diversa, ad occuparsi di loro.
Probabilmente i segnali infantili e la
tendenza all’adozione sono alle origini dell’addomesticamento di molti animali
da parte dell’uomo. È probabile,
infatti, che circa 10.000 – 20.000 anni fa, i nostri progenitori cacciatori
abbiano incontrato dei cuccioli e, anziché ucciderli, inibiti dai loro segnali
infantili, li abbiano portati con sé, prendendosene cura.
Lorenz immagina
così l’incontro tra un uomo preistorico e il suo futuro migliore amico: «Si può
immaginare che un giorno una donna o una bambina che voleva “giocare alla
bambola” abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno
alla famiglia umana. (…) Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente
risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso
a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con
sé, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni» (Lorenz K.,
E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004, p. 20.).
L’adozione
ha coinvolto l’uomo non solo nella veste di genitore, ma anche di cucciolo
bisognoso di cure. Pagano, ad esempio, ha raccolto una serie di casi di
bambini/lupo, cioè bambini allevati da animali selvaggi, al di fuori di ogni
contatto con esseri della propria specie (fonte: www.feralchildren.com).
Il bisogno
di protezione e cure dei piccoli, in genere, si rivela efficace. I genitori si
prodigano per loro, li difendono, li nutrono, insegnano ciò che sarà importante per il futuro. In
alcuni casi, come abbiamo visto, i piccoli smarriti vengono adottati da adulti
estranei loro conspecifici, o da animali appartenenti ad altre specie. Fino a
che punto i segnali non verbali infantili hanno efficacia?
L’adozione
interspecifica è sicuramente un ottimo esempio della validità dello schema
infantile, uno dei rari casi di comunicazione capace di travalicare le barriere
tra le specie. Di fronte ad un inerme animaletto nessuno sa resistere:
inimicizie di “vecchia data”, come l’atavica incomprensione tra cane e gatto si
fanno immediatamente da parte quando in ballo c’è la sopravvivenza di un
cucciolo. Molte gatte si trasformano in balie per cagnolini e altrettanto fanno
le cagne con i gattini.
In altri casi,
i messaggi dei cuccioli sono stati alla base di fenomeni di solidarietà
interspecifica. Masson racconta questo commovente episodio: «Una sera, durante
la stagione delle piogge in Kenya, un rinoceronte nero femmina arrivò col suo
piccolo in una radura in cui un gruppo di cineoperatori aveva lasciato del sale
per attrarvi animali. Dopo aver leccato del sale la madre si allontanò, mentre
il piccolo rimase immobilizzato nel fango profondo. Sentendo le sue invocazioni
d’aiuto, la madre tornò, lo annusò, lo esaminò e poi si diresse verso la
foresta. (…) Intanto arrivò nella radura un gruppo di elefanti. (…) Un elefante
adulto dalle grandi zanne si avvicinò al piccolo rinoceronte e abbassò su di
lui la sua proboscide. Poi si inginocchiò, infilò le zanne sotto il piccolo e
cominciò a sollevarlo» (MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti
piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999, p. 240).
L’elefante
di questo episodio stava cercando di prestare al piccolo l’aiuto che la madre,
per le sue caratteristiche fisiche, non era in grado di dargli. In più dal
resoconto di Masson risulta che il soccorritore fu più volte attaccato dalla
madre che non era troppo sicura delle sue intenzioni.
Fin qui
abbiamo considerato animali che sono simili o che non si somigliano ma tra cui
non esiste un rapporto predatore/preda. Il cucciolo, infatti, in molti casi è
sinonimo di cibo per gli adulti di altre specie. Un piccolo di antilope, per
quanta tenerezza possa ispirare, resta una vittima facile per una leonessa.
Qualche tempo fa ha destato scalpore tra gli studiosi del comportamento animale
il caso di una leonessa che ha adottato ripetutamente cuccioli di antilope
(Fonte: www.animalieanimali.it). Essa continuava a cacciare i simili del suo
figlioletto adottivo ma non ha mai mostrato un atteggiamento aggressivo nei
confronti di quest’ultimo che veniva regolarmente coccolato e accudito. Quando
il branco a cui apparteneva la leonessa decise di ripristinare la legge della
natura, mangiando il cucciolo di antilope, la madre adottiva mostrò un
comportamento di astenia. Per dirla in termini antropomorfici: sembrava triste.
Poco tempo dopo fu vista in compagnia di un altro orfanello di antilope. Gli
etologi non sanno spiegarsi il perché di questo atteggiamento poco proficuo a
livello biologico. Alcuni hanno ipotizzato l’esistenza di traumi o particolari
esperienze nel passato della leonessa, di cui, però, non esistono prove o
certezze. L’unica cosa certa è che, per una volta, nella savana africana la
legge della natura ha deciso di fare un’eccezione, intenerita, forse, dal
pianto di un piccolo che chiedeva aiuto.
Fonti
bibliografiche e webgrafia:
MAINARDI D., Dizionario di Etologia, Einaudi, Torino, 1992
MAINARDI D., L’etologia
caso per caso, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 2002
LORENZ K., E l’uomo incontrò
il cane, Adelphi, Milano, 2004
MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono,
Baldini e Castoldi, Milano 1999







