Un bestiario 2.0 per chi ama gli animali


«Sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi. (….)
Per conto mio, trovo che comunque non è sportivo servirsi di un anello magico nei rapporti con gli animali: anche senza ricorrere alla magia le creature viventi ci raccontano le storie più belle, cioè quelle vere. E in natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare».
KONRAD LORENZ, L’Anello di Re Salomone

martedì 11 marzo 2014

AMICIZIE NON CONVENZIONALI. Anna Maria Crippa racconta a Dolittle le cure parentali dei suoi scalari


Photo by Anna Maria Crippa


Il fascino di un acquario è che permette di osservare il comportamento dei pesci come se vivessero in natura, osservare il loro modo di vivere, la loro territorialità e le cure parentali. Ho avuto solo pesci tropicali di acqua dolce e ad essi faccio riferimento.

La famiglia dei ciclidi è stata per me la più interessante perché tutti questi pesci hanno in comune la territorialità e la cura della prole, sviluppata in modi diversi a seconda dell’habitat naturale in cui vivono. Inoltre alcuni sono dotati di una spiccata intelligenza che permette loro di interagire con la persona che li accudisce e che essi riconoscono.
Vorrei raccontarvi la mia esperienza con degli scalari. L’ho trovata bellissima e stupefacente.
Lo scalare è appunto un ciclide originario dei fiumi amazzonici ma si è abituato dopo anni di allevamento in cattività a vivere bene anche nei nostri acquari. Naturalmente, se si vuole osservarli nella riproduzione, occorre dedicare loro una vasca riproducendo in modo consono il loro habitat naturale.
Non esiste dimorfismo  sessuale se non al momento della riproduzione, quindi è impossibile acquistare un maschio e una femmina, è consigliabile iniziare con sei piccoli, lasciarli crescere ed attendere che si formi un coppia. Divenuti adulti potremo assistere alle lotte che maschi e femmine faranno tra di loro per conquistare il territorio e il partner prescelto. Le lotte non sono mai cruente, perché gli scalari sono pesci abbastanza pacifici. Se l’acquariofilo auspica al successo riproduttivo dei vari esemplari è opportuno dividere la coppia dai compagni di vasca, non potendo la coppia stessa espellere dal proprio territorio gli intrusi, con conseguente grave pericolo per la futura prole. La coppia è detta fissa perché si mantiene unita per tutta la vita. Le uova vengono deposte preferibilmente su foglie larghe , ossigenate dai genitori che le mantengono pulite da eventuali muffe e che provvedono ad eliminare le uova non fecondate. Dopo circa due giorni di cure incessanti, le uova si schiudono e le larve vengono deposte con la bocca dai genitori  su una foglia nelle vicinanze. I piccoli ancora non sanno nuotare, sono provvisti di un gran pancione (sacco vitellino) che si consuma progressivamente, assolvendo alla funzione di alimentarli per altri tre giorni.  In questi tre giorni i genitori continuano a sorvegliare i piccoli avannotti di cui si notano i codini in movimento, li ventilano con le pinne pettorali per mantenerli ben ossigenati e con la bocca li spostano appendendoli sempre alla foglia in formazioni simili a piccoli grappoli di uva. La piccolissima testa degli avannotti produce un filo che li mantiene appesi ed uniti a grappolo.Al sesto giorno, finalmente i piccoli sono in grado di nuotare ed esplorano l’acquario in cerca di cibo, accompagnati e vigilati dai genitori.Queste sono le cure raccontate in modo molto semplice,che gli splendidi scalari dedicano ai loro piccoli.

Photo by Anna Maria Crippa


Descritte per sommi capi le cure parentali,vado a raccontare la mia personale esperienza.
Possedevo una coppia di scalari nata in casa mia, che dopo aver vissuto e prolificato abbondantemente in un acquario da 200l. mi vedevo costretta per mancanza di spazio,a spostare in una vasca da 80 l. per loro comunque sufficiente. Dovendo già crescere altri pesci , nella nuova vasca mettevo solo piante con foglie piccole ed inadatte alla riproduzione, nella speranza che la coppia, in mancanza delle foglie larghe preferite, se ne stesse tranquilla, rinunciando alla deposizione. Una sera però, dopo poco tempo, notavo la femmina che girava agitata cercando disperatamente un punto dove poter deporre le uova. Avevo appena comperato un cono di terracotta che avrebbe dovuto servire per la riproduzione dei discus, per cui in mancanza d’altro provai a introdurre quello in acquario.
Dopo solo mezz’ora la deposizione era cominciata e dopo 48 ore le uova schiudevano e i pesci incominciavano a spostare le larve lungo il cono. La sera seguente però ,forse perché nuovo, il cono si rivelava inadatto ad un nuovo spostamento e le larve scivolavano continuamente, finendo sul fondo di sabbia. A questo punto la femmina decideva in mancanza d’altro supporto di spostare le larve su una foglia stretta e sottile, totalmente inadatta allo scopo, con il risultato che il fondo si riempiva sempre più di larve e i due scalari non sapevano più” che pesci pigliare”.
L’affannarsi di quei genitori mi commuoveva. Non avendo altro a disposizione, toglievo tutte le piante inadatte e provavo a sostituirle con due belle foglie larghe di tessuto, di una pianta finta che avevo in casa. Le avrebbero usate?
Nel giro di 5 minuti dopo una vigorosa e sommaria pulizia ad una foglia da parte di entrambi i genitori, la femmina incominciava a spostare le larve rimaste sul cono. Un problema era risolto, rimaneva da fare il recupero di tutte le larve rimaste sul fondo che erano molte e sparpagliate.
Ma bisognava fare presto, visto la presenza sulla sabbia di numerose lumache. Decidevo quindi di intervenire ancora per aiutarli.
Devo premettere che anni fa, avendo perso la fiducia nelle cure parentali e con la tipica impazienza del neofita alle prime riproduzioni, allontanavo le uova subito dopo la schiusa ma immancabilmente riuscivano a sopravvivere solo una trentina di avannotti. Dopo vari tentativi, avendo osservato che gli scalari appendono sempre le larve quasi in verticale e spesso nei pressi di una porosa (bolle di aria), provavo con infinita pazienza ad imitarli. Avvalendomi di un contagocce, riuscivo a prelevare le larve e disporle tutte in verticale su un filtrino di poliuretano espanso, scartando la classica foglia sulla quale non riuscivo a farle aderire. Il gioco era fatto, il risultato di una numerosa covata (200 circa) ottenuto.
Avvalendomi quindi di questa tecnica, ma non volendo togliere le larve ai genitori, introducevo in acquario il famoso filtrino ed incominciavo la paziente raccolta, sperando che i pesci capissero. Dopo due vigorosi attacchi del maschio alle mie mani, e un po’ di perplessità della femmina che rimaneva qualche minuto ad osservare, mi ritrovavo con la femmina che concitata faceva la spola dal cono alla foglia per spostare le larve, io che contemporaneamente le recuperavo dal fondo e le depositavo sul filtrino, ed il maschio che veniva a prendere i piccoli da me raccolti per depositare anche questi sulla foglia.
Poiché la femmina aveva ormai terminato lo spostamento dal cono prima che io finissi la raccolta, incominciò a presentarsi anch’essa davanti al filtrino in attesa che io vi deponessi i piccoli per unirli al resto.
Entrambi i pesci avevano quindi capito che li stavo aiutando ed attendevano che deponessi le larve per trasportarle. É stata una esperienza fantastica, una vera collaborazione, ci siamo capiti.
Agli acquariofili che dovessero leggere, rivolgo l’appello di rinunciare alle riproduzioni artificiali.
Non c’è niente di più bello che vedere allevare gli avannotti dai loro genitori. Cerchiamo di capirli, aiutiamoli ma non togliamo loro la soddisfazione di nuotare coi loro piccoli.
Questa immagine ci ripagherà delle fatiche e non ha importanza quanta attesa sarà necessaria.  Ne sarà valsa comunque la pena.


*Anna Maria Crippa è un’appassionata acquariofila. Il suo allevamento amatoriale inizia in modo del tutto casuale per poi trasformarsi in un’avventura trentennale.

L’interesse crescente per i pesci tropicali la porta  all’incontro con i ciclidi africani e amazzonici, specie in cui la riproduzione rappresenta un momento delicato e impegnativo, fatto di gesti, ritualità e abnegazione da parte dei genitori nei confronti della prole.

Nel 1981 Anna Maria e suo marito individuano la strada giusta da percorrere per riprodurre con regolarità i discus: sono i primi ad allevarli in Italia.

mercoledì 16 ottobre 2013

IL LINGUAGGIO DELL'AGGRESSIVITA'



Photo by Tambako The Jaguar

Ufficiale inglese: "Lo vedi questo? (mostrando uno strumento di tortura). Lo infili nel ventre del tuo nemico e... gli strappi lo stomaco".

Mowgli: "E poi lo mangi?"

Ufficiale inglese: "Certo che no!"

Mowgli: "Allora è lui che vuole mangiare te?"

Ufficiale inglese: "No..."

Mowgli: "Allora, perché lo uccidi?"

Ufficiale inglese: "Perché è un nemico."

Mowgli: "Cosa è un nemico?"

Ufficiale inglese: "Qualcuno che odi".

Mowgli: "Cosa è l'odio?"

Si spostano nella stanza dei trofei di caccia. Mowgli è spaventato e disgustato da quello che vede.

Ufficiale inglese: "Voglio che tu mi conduca alla Città delle Scimmie."

Mowgli: "No".

Ufficiale inglese: "Perché non vuoi?"

Mowgli: "Può entrare solo chi rispetta la Legge della Giungla. E per la Legge della Giungla si uccide solo per mangiare, o per non essere mangiati."

Liberamente tradotto da "The Jungle book", film di Stephen Sommers, 1994.

Nella trasposizione cinematografica citata de “Il libro della Jungla”, il protagonista, Mowgli, cucciolo d’uomo allevato dagli animali, si mostra riluttante a comprendere il concetto di “nemico” e di “odio”. Per la Legge della Jungla, spiega agli inglesi che  “si può uccidere solo per mangiare o per non essere mangiati”.

La romantica visione del buon selvaggio, che pervade la letteratura vittoriana, solleva un importante interrogativo sul piano etologico: perché un animale diventa aggressivo? E, soprattutto, a cosa è diretta l’aggressività?

Partiamo proprio dalla “Legge della Giungla” del nostro Mowgli.

Nella maggior parte dei casi, la preda è molto più debole del predatore, la sua unica risorsa è la fuga e, quindi, non si arriva ad un vero e proprio combattimento. Tuttavia, anche una preda può infierire colpi mortali al suo aggressore. Una giraffa, ad esempio, può fratturare con un calcio la mandibola di un leone che minacci il suo piccolo. Il predatore, in questo caso, sarebbe condannato ad una lenta e dolorosa morte per fame. La stessa giraffa, però, combattendo con un suo conspecifico, cosa che in genere avviene per questioni territoriali, usa i residui di corna che le restano, per uno scontro “testa contro testa” con il rivale, che non produrrà alcun tipo di lesione al suo “nemico”, ma si limiterà ad una dimostrazione di forza e caparbietà ( vince chi dei due individui resiste di più alle spinte altrui).



Perché la giraffa sceglie un combattimento diverso a seconda del rivale? Secondo Eibl-Eibesfeldt i combattimenti lesivi non sono convenienti per la sopravvivenza della specie. Se un animale ferisce mortalmente un suo conspecifico, si ha una perdita in più oltre a quelle causate dalle malattie o dai predatori. In pratica, come spiega Eibl -Eibesfeldt, «risparmiare i congeneri è dunque altrettanto importante quanto, occasionalmente, combatterli»*. Il combattimento lesivo si presenta, in genere, solo tra animali diversi. Accanto ai tentativi di difesa di una potenziale preda nei confronti del predatore, come nel caso della giraffa che si difende dai leoni, combattimenti lesivi, in molti casi mortali, hanno per protagonisti animali che competono per risorse alimentari. L’atavico “odio” tra iene e leoni ha proprio questa motivazione: spesso lo scontro avviene in prossimità di una carcassa che è appetibile per entrambi.



Al contrario, come abbiamo visto, è altamente improbabile che un animale uccida un suo simile, perché un comportamento lesivo intraspecifico non sarebbe vantaggioso per la specie. Ai fini della risoluzione di questo dilemma biologico interviene il processo di ritualizzazione*. Animali con armi di offesa potenzialmente molto pericolose o addirittura mortali, non le usano durante i combattimenti con i propri simili, perché la lotta si trasforma in un torneo, in uno scontro simbolico che dimostra chi dei due contendenti è il più forte, e che non ha come obiettivo l’annientamento o la morte del rivale. Uno dei due individui deve essere in grado di lanciare il suo messaggio non verbale : “io sono il più forte, è inutile che insisti”. Le iguane delle Galapagos, ad esempio, pur avendo denti molto aguzzi, negli scontri intraspecifici non li usano mai. Al contrario, sfoggiano un comportamento di lotta ritualizzato che si svolge secondo questo schema:

Inizialmente esibiscono un display terrifico: erigono le squame della nuca e quelle dorsali e mostrano all’avversario la parte pettorale. Inoltre sollevano il corpo e corrono l’uno verso l’altro a zampe tese. Se il rivale non arretra l’iguana gli si slancia contro. Dal momento che il rituale di intimidazione è davvero impressionante per un osservatore umano, il dubbio che i due animali stiano per farsi molto male è più che giustificato. Invece, inaspettatamente, l’uno di fronte all’altro, si limitano a spingersi testa contro testa;

Durante il combattimento le iguane cercano di far arretrare reciprocamente il rivale, esibendosi in una sorta di “braccio di ferro” tra rettili. Non c’è il rischio che uno degli animali perda il contatto perché degli appositi scudetti cornei, situati sulla volta cranica, evitano lo scivolamento;

Lo scontro finisce se uno dei due contendenti retrocede o se riconosce la propria inferiorità durante il combattimento, esibendo un atteggiamento di sottomissione: resta acquattato al suolo davanti al vincitore e lentamente si allontana.

In alcune specie di pesci, come lo Scalare o Pesce Angelo, si possono osservare combattimenti ritualizzati altrettanto suggestivi. Siccome negli Scalari il dimorfismo sessuale è minimo, se non addirittura inesistente, è facile che un acquariofilo con buone intenzioni decida di introdurre nuovi esemplari in una vasca a scopo riproduttivo, sbagliando. I maschi sono molto territoriali e , se si immettono potenziali rivali nel loro territorio (che tra l’altro in acquario, purtroppo, è molto ristretto) lo scontro è inevitabile.

I due contendenti si presentano l’un l’altro con le pinne estese, esibendo i riflessi metallici, per intimorire l’avversario. L’asse longitudinale del corpo non è più parallelo al suolo ma risulta inclinato di 15/25° con la bocca rivolta verso l’alto. Nella maggior parte dei casi, soprattutto se c’è disparità tra i due contendenti, il più insicuro abbandonerà il campo, nascondendosi dietro qualche pianta acquatica, aspettando che l’imprudente acquariofilo lo tragga d’impaccio. Se le minacce non fossero sufficienti si passerebbe allo scontro vero e proprio. In questo caso gli animali si afferrano per la bocca ed iniziano a spingersi: quello che retrocede è sconfitto. Il vincitore in alcuni casi insegue il perdente senza però infierire.

Quello che non mi è chiaro, quando guardo il tg, o cammino per strada è il motivo per cui la nostra specie fa quasi sempre eccezione a questa logica legata all'evoluzione.

E' un interrogativo che mi scaturisce dal cuore. Si tratta di una considerazione personale, sicuramente poco scientifica. Viene da quel sussulto che sento dentro quando vedo la violenza. Quando la sento o la percepisco, anche se mascherata da perbenismo. La nostra società continua a vedere le cose alla maniera di quegli ostinati inglesi che si rifiutano di comprendere Mowgli, per i quali un "nemico" continua ad essere "qualcuno che odi"... che questo odio sia produttivo o meno è qualcosa che lasciamo stabilire all'evoluzione e... alle nostre coscienze.

Riferimenti bibliografici:

* EIBL- EIBESFELDT I., Amore e Odio, Adelphi, Milano, 1971, pp. 88 e ss.

 

 

venerdì 31 maggio 2013

TANTI CUCCIOLI, UNICO LINGUAGGIO

Photo by Robert Terrell
www.flickr.com/photos/ratterrell/125200561
 

Immaginate un morbido gattino e un bimbo paffutello. Che cosa hanno in comune? Entrambi ispirano tenerezza. I loro caratteristici tratti infantili sono un forte stimolo alle cure parentali. Tali caratteri sono stati individuati per la prima volta da Lorenz che si era reso conto che tutti i cuccioli, sebbene appartenenti a specie diverse, avevano una serie di qualità specifiche molto simili. Negli animali omeotermi, ad esempio, un segnale infantile è la testa con forma bombata. Altre caratteristiche sono occhi grandi e localizzati al di sotto della linea mediana del viso, guance paffute, corpo tozzo, aspetto soffice. Nei canidi un’ ulteriore peculiarità dei cuccioli sono le orecchie pendenti. In questi casi si parla di schema (o Gestalt)  infantile, cioè di un insieme di caratteri condivisi da giovani di specie anche molto diverse tra loro che consentono ad un piccolo di essere riconosciuto come tale non solo, come è ovvio, dai propri genitori, ma anche da adulti estranei della propria specie o, addirittura, da individui di specie diversa. I  cuccioli avrebbero quel “qualcosa di speciale” che induce chi li ha di fronte ad assumere un atteggiamento protettivo e a curarli o, almeno, a non far loro del male.

Lorenz con una serie di esperimenti dimostrò che gli esseri umani mostrano un comportamento affettuoso verso individui che hanno una Gestalt infantile, cioè che corrispondono ad una loro idea mentale di “piccolo”.  La cosa straordinaria è che la Gestalt infantile che percepisce un umano non è differente, nella maggior parte dei casi, da quella che ha un animale di un’altra specie. I piccoli, insomma, con il loro aspetto indifeso e tenero, hanno un lasciapassare per il cuore di tanti adulti, utile soprattutto quando il rischio di incappare in pericoli fuori della propria tana è alto.


Photo by Sébastian Dario
www.flickr.com/photos/sebastian-silva/2888393888

 
 
L’emancipazione, cioè il progressivo allontanamento dal nido o dalla tana da parte del cucciolo che muove i suoi primi passi  nel mondo esterno, è un momento altamente rischioso e, quindi, è meglio poter contare sulla protezione e sulle cure di tanti, piuttosto che di pochi. La natura ha pensato anche a questo. Gli animali che sono inetti alla nascita, ad esempio un gattino, un topolino o un coniglietto, nei primi giorni di vita stimolano le cure parentali solo in chi è più vicino a loro, cioè i propri genitori. Essi sono ciechi, nudi, molto piccoli e non hanno un aspetto paffuto. Se mostrati ad un essere umano, ad esempio, è facile che suscitino ribrezzo piuttosto che tenerezza, perché non devono affrontare subito il mondo esterno e i suoi pericoli. I caratteri infantili compariranno, infatti,  solo al momento dell’emancipazione.
L’efficacia dello schema infantile è alla base di uno dei fenomeni più belli osservabili in natura: l’adozione. Un piccolo che è stato inavvertitamente allontanato dai genitori non ha molte possibilità di sopravvivere da solo.

Chi si prenderà cura di lui non sempre appartiene alla stessa specie del cucciolo smarrito, per questo è un indubbio vantaggio per i piccoli avere dei segnali  scatenanti simili, atti a indurre qualsiasi adulto, anche di specie diversa, ad occuparsi di loro.

 Probabilmente i segnali infantili e la tendenza all’adozione sono alle origini dell’addomesticamento di molti animali da parte dell’uomo. È  probabile, infatti, che circa 10.000 – 20.000 anni fa, i nostri progenitori cacciatori abbiano incontrato dei cuccioli e, anziché ucciderli, inibiti dai loro segnali infantili, li abbiano portati con sé, prendendosene cura.

Lorenz immagina così l’incontro tra un uomo preistorico e il suo futuro migliore amico: «Si può immaginare che un giorno una donna o una bambina che voleva “giocare alla bambola” abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. (…) Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sé, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni» (Lorenz K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004, p. 20.).

L’adozione ha coinvolto l’uomo non solo nella veste di genitore, ma anche di cucciolo bisognoso di cure. Pagano, ad esempio, ha raccolto una serie di casi di bambini/lupo, cioè bambini allevati da animali selvaggi, al di fuori di ogni contatto con esseri della propria specie (fonte: www.feralchildren.com).

Il bisogno di protezione e cure dei piccoli, in genere, si rivela efficace. I genitori si prodigano per loro, li difendono, li nutrono, insegnano  ciò che sarà importante per il futuro. In alcuni casi, come abbiamo visto, i piccoli smarriti vengono adottati da adulti estranei loro conspecifici, o da animali appartenenti ad altre specie. Fino a che punto i segnali non verbali infantili hanno efficacia?

L’adozione interspecifica è sicuramente un ottimo esempio della validità dello schema infantile, uno dei rari casi di comunicazione capace di travalicare le barriere tra le specie. Di fronte ad un inerme animaletto nessuno sa resistere: inimicizie di “vecchia data”, come l’atavica incomprensione tra cane e gatto si fanno immediatamente da parte quando in ballo c’è la sopravvivenza di un cucciolo. Molte gatte si trasformano in balie per cagnolini e altrettanto fanno le cagne con i gattini.

In altri casi, i messaggi dei cuccioli sono stati alla base di fenomeni di solidarietà interspecifica. Masson racconta questo commovente episodio: «Una sera, durante la stagione delle piogge in Kenya, un rinoceronte nero femmina arrivò col suo piccolo in una radura in cui un gruppo di cineoperatori aveva lasciato del sale per attrarvi animali. Dopo aver leccato del sale la madre si allontanò, mentre il piccolo rimase immobilizzato nel fango profondo. Sentendo le sue invocazioni d’aiuto, la madre tornò, lo annusò, lo esaminò e poi si diresse verso la foresta. (…) Intanto arrivò nella radura un gruppo di elefanti. (…) Un elefante adulto dalle grandi zanne si avvicinò al piccolo rinoceronte e abbassò su di lui la sua proboscide. Poi si inginocchiò, infilò le zanne sotto il piccolo e cominciò a sollevarlo» (MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999, p. 240).

L’elefante di questo episodio stava cercando di prestare al piccolo l’aiuto che la madre, per le sue caratteristiche fisiche, non era in grado di dargli. In più dal resoconto di Masson risulta che il soccorritore fu più volte attaccato dalla madre che non era troppo sicura delle sue intenzioni.

Fin qui abbiamo considerato animali che sono simili o che non si somigliano ma tra cui non esiste un rapporto predatore/preda. Il cucciolo, infatti, in molti casi è sinonimo di cibo per gli adulti di altre specie. Un piccolo di antilope, per quanta tenerezza possa ispirare, resta una vittima facile per una leonessa. Qualche tempo fa ha destato scalpore tra gli studiosi del comportamento animale il caso di una leonessa che ha adottato ripetutamente cuccioli di antilope (Fonte: www.animalieanimali.it). Essa continuava a cacciare i simili del suo figlioletto adottivo ma non ha mai mostrato un atteggiamento aggressivo nei confronti di quest’ultimo che veniva regolarmente coccolato e accudito. Quando il branco a cui apparteneva la leonessa decise di ripristinare la legge della natura, mangiando il cucciolo di antilope, la madre adottiva mostrò un comportamento di astenia. Per dirla in termini antropomorfici: sembrava triste. Poco tempo dopo fu vista in compagnia di un altro orfanello di antilope. Gli etologi non sanno spiegarsi il perché di questo atteggiamento poco proficuo a livello biologico. Alcuni hanno ipotizzato l’esistenza di traumi o particolari esperienze nel passato della leonessa, di cui, però, non esistono prove o certezze. L’unica cosa certa è che, per una volta, nella savana africana la legge della natura ha deciso di fare un’eccezione, intenerita, forse, dal pianto di un piccolo che chiedeva aiuto.

Fonti bibliografiche e webgrafia:

MAINARDI D., Dizionario di Etologia, Einaudi, Torino, 1992

MAINARDI D., L’etologia caso per caso, Alberto Perdisa Editore, Bologna, 2002

LORENZ K., E l’uomo incontrò il cane, Adelphi, Milano, 2004

MASSON J. M., MCCARTHY S., Quando gli elefanti piangono, Baldini e Castoldi, Milano 1999


martedì 21 maggio 2013

BESTIARIO 2.0 - LA TARTARUGA



Photo by Ilaria Della Corte

 
La canzone di Bruno Lauzi, le favole della tradizione, filastrocche, indovinelli: mille modi di ritrarre i diversi volti di questo simpatico animaletto, amico del sole e della primavera.

Simbolo antico, per millenni ha incarnato ciò che è solido, concreto. Molte raffigurazioni pittoriche e scultoree la ritraggono intenta a sostenere il Mondo, fondamento dell’ordine cosmico e dell’universo. Per la forma del suo guscio, la tartaruga ne è stata infatti una delle rappresentazioni: la corazza superiore (scudo) è incurvata come il cielo sulla parte inferiore (il piastrone) che simboleggia la terra, anticamente ritenuta piatta. Per questa sua attinenza con l’ordine cosmico, nella tradizione il numero delle placche che ne compongono l’esoscheletro (quello che chiamiamo comunemente “guscio”), ovvero 24, simboleggiava il Cosmo.

 

Come abbiamo visto nella presentazione del blog, gli animali, nell’arte, nella letteratura e nell’immaginario collettivo spesso incarnano vizi e virtù tipicamente umane. Lo testimoniano le favole morali tradizionali o le cosiddette leggende eziologiche, ossia quelle leggende che spiegano l’origine di una determinata specie di animale. La tartaruga non fa eccezione ed è un simbolo ricorrente e trasversale a molteplici culture.

 
Essa rappresenta la solidità, la concretezza, l’attaccamento alle cose terrene per via delle sue abitudini di animale che striscia sul suolo e al quale gli antichi bestiari attribuivano anche vita sotterranea (quest’ultima convinzione è da attribuirsi all’abitudine di questi rettili di scavare buche nel terreno per deporre le uova o di sotterrarsi durante il periodo di ibernazione o estivazione, ovvero durante le fasi “letargiche”). A quest’ultima caratteristica biologica, il riposo invernale, si riconducono tutte le usanze della tradizione contadina che fanno previsioni metereologiche in base alla profondità e alla rapidità con cui le tartarughe scavano la buca per trascorrere il letargo: più si affrettano, maggiori sono le probabilità che si vada incontro ad un inverno rigido.

 
Per la sua conformazione, caratterizzata dalla presenza di un esoscheletro esterno, è simbolo stesso della casa, della riservatezza e del focolare domestico.

 
L’incedere lento di questo animaletto (mai constatato, a dir la verità, nella mia velocissima tartaruga d’assalto!) lo ha reso l’emblema stesso della lentezza, non in senso meramente“passivo”, bensì quale caratteristica associata alla ponderazione e alla saggezza. Di qui uno dei miei motti preferiti: “Festina lente”, cioè “Affrettati lentamente”, attribuito dallo scrittore latino Svetonio all’imperatore Augusto. La raffigurazione pittorica del motto rappresenta una tartaruga spinta da una vela e, in qualche caso, circondata da angeli o cherubini.

Sempre legata alla proverbiale andatura della tartaruga e alla sua costanza e perseveranza è la celebre favola che la vede protagonista di una gara di corsa con la lepre. Come sappiamo, quest’ultima pagherà a caro prezzo la sua superbia e si vedrà superata dalla tartaruga che sa che “Chi va piano, va sano e va lontano”, come recita il vecchio adagio. E’ questa la simbologia a cui attingono anche i detti: “Col tempo la tartaruga arriva in cima al monte” e “Senza fretta la tartaruga va dove corre la lepre”.


Nell’antica Grecia questo tenace animaletto è stato simbolo della Musica, perché si narra che dal suo guscio Mercurio abbia creato la prima lira, e del Peloponneso, visto che le tartarughe terrestri erano molto diffuse in quell’area geografica.


La tradizione popolare ci consegna anche una serie di Santi protettori degli animali. La tartaruga gode in questo caso di una posizione di privilegio poiché ha come protettore celeste la Madonna, per via di una commovente leggenda che fa infinita tenerezza a chi conosce le movenze goffe di questo animaletto mentre cerca di mangiare cose che sfuggono alla sua insaziabile voracità.

Narra la leggenda che, dopo la morte di Gesù, Maria fosse talmente affranta dall’assenza fisica del suo Figlio Divino da sprofondare in una profonda ed inguaribile tristezza. Né gli apostoli a cui Gesù l’aveva affidata, né le persone a lei più care riuscivano a strapparle un solo sorriso. Un giorno, mentre era nel suo giardino, seduta sotto un albero di ciliegio, a pensare a Gesù, notò una piccola tartaruga che invano cercava di mordicchiare una ciliegia caduta dall’albero, senza riuscirvi perché il frutto continuava a rotolare senza che essa arrivasse a raggiungerlo. La ciliegia andava avanti e la tartaruga dietro. Per la prima volta dopo la morte di Gesù, grazie a quel piccolo e buffo animaletto, la Madonna sorrise di nuovo e si sentì sollevata. Da allora veglia su queste piccole creature e, di conseguenza, per chiunque faccia loro del male è prevista una severa punizione celeste: chi uccide una tartaruga patirà in terra tanti anni, quanti sono quelli che la tartaruga impiega a salire le scale del Paradiso che la conducono dalla Vergine.

 

lunedì 20 maggio 2013

LA TARTARUGA


by Il@riett@
 
La tartaruga, me la ricordo,
era una bestia ritardataria,
non andavamo troppo d'accordo,
io sempre in moto, lei con quell'aria
di tirar tutte le cose in lungo,
di dire " Aspetta, che ti raggiungo!".
Le rispondevo: "Ma chi ti aspetta?
Chi accorcia il passo per darti retta?"

E via di corsa dal piano al colle,
dal monte al mare, sempre più folle,
però fra i piedi, dopo ogni fuga,
chi mi trovavo? La tartaruga.

Fatto più grande presi il biglietto
per i reami dell'intelletto
e, sopra al vento della fortuna,
fui trasportato dentro la luna,
dove ho trovato (chi ci pensava?)
la tartaruga che m'aspettava.

In quel momento pel firmamento
passa una donna d'oro e d'argento
la inseguo un anno da stella a stella,
l'afferro un giorno, le dico: "Bella!".
Ma sai chi scopro dentro il suo cuore?
La tartaruga d'un pigro amore.

Corsi più tardi la cavallina
amai le donne dell'Indocina,
campai d'inganni, vissi d'oblio,
ma ad ogni svolto del viver mio
c'era in agguato la tartaruga
che masticava riso e lattuga.

La tartaruga non mi rimprovera,
mi dice solo con aria povera:
"Tu corri, è vero, tu hai l'ali ai piedi,
però alla mèta, come ben vedi,
oltre alla noia che ti prosciuga,
cosa tu trovi? La tartaruga.

Gira e rigira si torna al punto
da cui si parte, rotondo è il mondo,
quando alla fine ti credi giunto,
non hai compiuto che un giro tondo,
e in questa corsa senza respiro,
fuor di te stesso chi pigli in giro?"

"Crepa - le dico - bestia impotente!"
Ma lei risponde: "Tu non sai niente.
S'anche crepassi, fratello mio,
ci troveremmo dinanzi a Dio,
che, esaminandoci, direbbe : "Strano,
quanto è più bestia l'essere umano!"

L. Folgore

I PROSSIMI APPUNTAMENTI: Gatti all'ombra della Piramide e IlluminARTI


Cari amici,

si avvicinano due appuntamenti molto speciali:

 

GATTI ALL’OMBRA DELLA PIRAMIDE 25 e 26 maggio 2103 – Roma, Piramide Cestia

 Tante iniziative ed ospiti d’eccezione per l’incontro con l’associazione che si occupa degli storici “inquilini” della Piramide!

Di seguito il programma dell’evento:

 


 
ILLUMINARTI – 26 maggio 2013 – Piedimonte Matese (Caserta), Borgo Medioevale di S. Giovanni

Luci e suggestioni per riscoprire la storia di uno splendido borgo…
 
 

 

IL LINGUAGGIO DELL'AMORE: LE CURE PARENTALI


Photo by Eric Heupel
A mother's touch
http://www.flickr.com/photos/eclectic-echoes/54629630/
 
La leggenda delle “lacrime del coccodrillo”, come tutte le leggende, ha un fondo di verità. È indubbio che il coccodrillo pianga, cioè che lacrimi.

Questo comportamento è necessario per espellere i sali in eccesso. La leggenda, però, parla di lacrime di coccodrillo versate dall’animale dopo aver divorato i figli. Pentito del suo crudele comportamento nei confronti della  prole, il grosso rettile sfogherebbe così il suo dolore. A far nascere questo detto è stato l’atteggiamento del coccodrillo verso i suoi piccoli, perché, spesso, esso li trasporta in bocca, tra i suoi temibili denti e, straordinariamente, non fa loro alcun male. I coccodrilli neonati, poco più grandi di una lucertola, non potrebbero sentirsi così al sicuro in nessun altro posto. Nonostante la tendenza antropomorfica non porti a pensare ad un animale come il coccodrillo come esempio di rapporto genitore/figlio, il temibile rettile gode di  ottima fama tra gli etologi  per le cure parentali. 

Gli etologi definiscono cure parentali «la parte di investimento parentale di un individuo successiva alla fecondazione» (Mainardi D., Dizionario di etologia, Einaudi, Torino, 1992, p. 233). In alcune specie, tra cui la maggior parte dei mammiferi, le cure parentali sono indispensabili perché la prole non nasce autosufficiente. In altri casi, come avviene per molti pesci o rettili, sono totalmente assenti. In fatto di cure parentali, però, non si può mai generalizzare. Animali simili per molti aspetti possono relazionarsi alla prole in modo completamente differente: sia il coccodrillo che la tartaruga sono rettili, eppure il primo è un genitore premuroso e vigile, che sorveglia instancabilmente la prole fin quando essa non diviene autonoma, l’altra si limita a depositare le uova in una buca scavata nel terreno e poi se ne disinteressa del tutto.

Non si sa con esattezza perché alcuni animali si dedichino alle cure parentali, ma sono state avanzate numerose ipotesi.

Un fattore che sembra influenzarne l’esistenza è l’habitat naturale di una determinata specie animale: l’accudimento della prole è più probabile per quegli animali che vivono stabilmente in un luogo. Le cure parentali, ad esempio, sono presenti in molte specie di pesci della barriera corallina, mentre non sarebbero altrettanto prevedibili per pesci che vivono in mare aperto. Anche le minacce alla sopravvivenza della prole, determinate dalla presenza di predatori o situazioni ambientali sfavorevoli, possono costituire un motivo biologico della dedizione parentale. Ad esempio il Bledius Spectabilis, un coleottero che popola le zone dell’Europa Settentrionale, depone le uova in un cunicolo sotto terra. Se non ci fosse la madre a ventilare il  cunicolo, i piccoli morirebbero soffocati.

Non c’è dubbio che, parlando di cure parentali, accanto al valore biologico del rapporto genitore/figlio, abbia un ruolo importante anche l’aspetto comunicativo di una fase della vita che, all’ adulto e al cucciolo, lascia un bagaglio di esperienze fondamentali. La comunicazione genitori/figli si avvale spesso di messaggi non verbali, volontari e involontari, importanti quanto la “fortuna” genetica e le condizioni favorevoli. Capire e farsi capire dai propri genitori è indispensabile per i cuccioli che devono subito instaurare  un rapporto unico e speciale con gli unici esseri che possono nutrirli, proteggerli e insegnare loro le regole dello straordinario gioco della vita.

Fonti bibliografiche:


ALLPORT S., Tutti i genitori del mondo. Viaggio nella famiglia animale, Baldini e Castoldi, Milano, 1998

MAINARDI D., Dizionario di etologia, Einaudi, Torino, 1992