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| Photo by Kelly Garbato www.flickr.com/photos/smiteme/372440103 |
Prendo spunto da un bel libro di Carole Jahme “La bella e le bestie”, per questa mia riflessione di oggi.
Ricordo di averlo letto con attenzione in qualche pomeriggio romano rovente dell’estate scorsa, in compagnia di un amico d’eccezione, il mio amato micio, Nuvola.
Oggi, mentre ripenso a quelle pagine, accanto
all’irrefrenabile ed infinita nostalgia del mio amatissimo gattone, mi tornano
alla mente i pensieri tutti al femminile che quella lettura ha suscitato in me.
E’ la storia delle pioniere della primatologia, un ritratto fedele di donne
“ordinarie”, con un talento straordinario: farsi accettare da animali selvatici
e diventare parte del loro branco, del loro mondo, delle loro giornate,
studiare il loro comportamento e consegnarci pagine preziose sugli aspetti
della vita segreta di queste stupende creature.
C’è un dato estremamente interessante che emerge
dalla lettura di questo libro e da una crescente parte della letteratura di settore:
noi donne siamo le più amate dagli animali.
Ci accettano più volentieri e in minor tempo in
prossimità del branco o dei gruppi familiari. Leggono il nostro comportamento
come meno aggressivo rispetto ai nostri conspecifici di sesso maschile.Da parte nostra, noi donne sfoderiamo un’empatia senza eguali e una capacità di leggere il comportamento non verbale più immediata rispetto a quella degli uomini, probabilmente derivante dal nostro ruolo di madri, creature istintivamente attente ai segnali di esseri non in grado di comunicare attraverso le parole.
Un legame
inscindibile, insomma, quello tra le belle e … le bestie. Le pagine di Carole
Jahme dipingono le vite avventurose di tre ragazze (Jane Goodall, Dian Fossey,
Biruté Galdikas), chiamate Leakesy’s Angels, gli Angeli di Leakey, interessate
all’etologia, desiderose di trovare uno sponsor accademico che consenta loro
una ricerca sul campo. Lo trovano nel Prof. Louis Leakey, uno dei primi ad
avere l’intuizione che affidare gli studi sul campo a ricercatori in gonnella
può rivelarsi un buon affare. La maggior parte delle scoperte rivoluzionarie
sulla quotidianità di questi animali la dobbiamo a loro: dai legami familiari
all’uso di utensili, passando per gli aspetti prossemici e la costruzione di artefatti.
Un lungo percorso, quello fatto dalle studiose, per il quale sono stati
sacrificati affetti, sicurezza personale, in alcuni casi la vita. Penso
all’esperienza tragica di Diane Fossey, al suo cruento omicidio, a quella sua
espressione disperata accanto al cartello che reca la scritta “Why, Ruanda?”,
con il quale chiede di rompere il muro di omertà che circonda l’uccisione del
suo “oggetto” di studio, il gorilla di montagna Digit, brutalmente decapitato
dai bracconieri con l’intento di lasciare un messaggio a quella testarda donna
che proprio non ne voleva sapere di abbandonare le scimmie al suo destino. Mi
viene in mente quella nuova, stravagante usanza, di dare un nome ai singoli
esemplari, come membri della propria famiglia. Una decisione fuori dagli
stretti confini della consuetudine accademica del tempo, che prevede di
attribuire agli “oggetti” di studio solo un numero o codice identificativo.
Penso a Jane Goodall, una donna bellissima,
ritratta tra i cespugli, come una sorta di musa ispiratrice di qualche poeta
bucolico, nei primi scatti che la ritraggono, di cui oggi parla con ironia. Una
vita, quella di Jane Goodall, dedicata agli scimpanzé, ai cuccioli resi orfani
dal bracconaggio e al desiderio di far nascere qualcosa di bello dall’armonia
tra animali e uomini, con una miriade di progetti volti a dare lavoro e
istruzione, nel nome della tutela del patrimonio naturalistico e faunistico.
Penso ad una famiglia dedita allo studio dei misteriosi e timidi Orangutan,
capaci di grandi tenerezza e, al contempo, di comportamenti violenti.Si dice che le donne seguano il cuore. Come dimostrano le vite e l’esperienza di molte donne speciali, lo seguono a maggior ragione quelle che hanno cervello.
Siti consigliati:
Jane Goodall Italia
Blog Dr. Biruté Galdikas
Gorilla Fund

