Il fascino di un acquario è che permette di
osservare il comportamento dei pesci come se vivessero in natura, osservare il
loro modo di vivere, la loro territorialità e le cure parentali. Ho avuto solo
pesci tropicali di acqua dolce e ad essi faccio riferimento.
La famiglia dei ciclidi è stata per me la più
interessante perché tutti questi pesci hanno in comune la territorialità e la
cura della prole, sviluppata in modi diversi a seconda dell’habitat naturale in
cui vivono. Inoltre alcuni sono dotati di una spiccata intelligenza che
permette loro di interagire con la persona che li accudisce e che essi
riconoscono.
Vorrei raccontarvi la mia esperienza con degli
scalari. L’ho trovata bellissima e stupefacente.
Lo scalare è appunto un ciclide originario dei
fiumi amazzonici ma si è abituato dopo anni di allevamento in cattività a
vivere bene anche nei nostri acquari. Naturalmente, se si vuole osservarli
nella riproduzione, occorre dedicare loro una vasca riproducendo in modo
consono il loro habitat naturale.
Non esiste dimorfismo sessuale se non al
momento della riproduzione, quindi è impossibile acquistare un maschio e una
femmina, è consigliabile iniziare con sei piccoli, lasciarli crescere ed
attendere che si formi un coppia. Divenuti adulti potremo assistere alle lotte
che maschi e femmine faranno tra di loro per conquistare il territorio e il
partner prescelto. Le lotte non sono mai cruente, perché gli scalari sono
pesci abbastanza pacifici. Se l’acquariofilo auspica al successo riproduttivo
dei vari esemplari è opportuno dividere la coppia dai compagni di vasca, non
potendo la coppia stessa espellere dal proprio territorio gli intrusi, con
conseguente grave pericolo per la futura prole. La coppia è detta fissa perché
si mantiene unita per tutta la vita. Le uova vengono deposte preferibilmente su
foglie larghe , ossigenate dai genitori che le mantengono pulite da eventuali
muffe e che provvedono ad eliminare le uova non fecondate. Dopo circa due
giorni di cure incessanti, le uova si schiudono e le larve vengono deposte con
la bocca dai genitori su una foglia nelle vicinanze. I piccoli ancora non
sanno nuotare, sono provvisti di un gran pancione (sacco vitellino) che si
consuma progressivamente, assolvendo alla funzione di alimentarli per altri tre
giorni. In questi tre giorni i genitori continuano a sorvegliare i
piccoli avannotti di cui si notano i codini in movimento, li ventilano con le
pinne pettorali per mantenerli ben ossigenati e con la bocca li spostano
appendendoli sempre alla foglia in formazioni simili a piccoli grappoli di uva.
La piccolissima testa degli avannotti produce un filo che li mantiene appesi ed
uniti a grappolo.Al sesto giorno, finalmente i piccoli sono in grado di
nuotare ed esplorano l’acquario in cerca di cibo, accompagnati e vigilati
dai genitori.Queste sono le cure raccontate in modo molto semplice,che gli
splendidi scalari dedicano ai loro piccoli.
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| Photo by Anna Maria Crippa |
Descritte per sommi capi le cure parentali,vado a
raccontare la mia personale esperienza.
Possedevo una coppia di scalari nata in casa mia,
che dopo aver vissuto e prolificato abbondantemente in un acquario da 200l. mi
vedevo costretta per mancanza di spazio,a spostare in una vasca da 80 l. per
loro comunque sufficiente. Dovendo già crescere altri pesci , nella nuova vasca
mettevo solo piante con foglie piccole ed inadatte alla riproduzione, nella
speranza che la coppia, in mancanza delle foglie larghe preferite, se ne stesse
tranquilla, rinunciando alla deposizione. Una sera però, dopo poco tempo,
notavo la femmina che girava agitata cercando disperatamente un punto dove
poter deporre le uova. Avevo appena comperato un cono di terracotta che avrebbe
dovuto servire per la riproduzione dei discus, per cui in mancanza d’altro
provai a introdurre quello in acquario.
Dopo solo mezz’ora la deposizione era cominciata e
dopo 48 ore le uova schiudevano e i pesci incominciavano a spostare le larve
lungo il cono. La sera seguente però ,forse perché nuovo, il cono si rivelava
inadatto ad un nuovo spostamento e le larve scivolavano continuamente, finendo
sul fondo di sabbia. A questo punto la femmina decideva in mancanza d’altro
supporto di spostare le larve su una foglia stretta e sottile, totalmente
inadatta allo scopo, con il risultato che il fondo si riempiva sempre più di
larve e i due scalari non sapevano più” che pesci pigliare”.
L’affannarsi di quei genitori mi commuoveva. Non
avendo altro a disposizione, toglievo tutte le piante inadatte e provavo a
sostituirle con due belle foglie larghe di tessuto, di una pianta finta che
avevo in casa. Le avrebbero usate?
Nel giro di 5 minuti dopo una vigorosa e sommaria
pulizia ad una foglia da parte di entrambi i genitori, la femmina incominciava
a spostare le larve rimaste sul cono. Un problema era risolto, rimaneva da fare
il recupero di tutte le larve rimaste sul fondo che erano molte e sparpagliate.
Ma bisognava fare presto, visto la presenza sulla
sabbia di numerose lumache. Decidevo quindi di intervenire ancora per aiutarli.
Devo premettere che anni fa, avendo perso la
fiducia nelle cure parentali e con la tipica impazienza del neofita alle prime
riproduzioni, allontanavo le uova subito dopo la schiusa ma immancabilmente
riuscivano a sopravvivere solo una trentina di avannotti. Dopo vari tentativi,
avendo osservato che gli scalari appendono sempre le larve quasi in verticale e
spesso nei pressi di una porosa (bolle di aria), provavo con infinita pazienza
ad imitarli. Avvalendomi di un contagocce, riuscivo a prelevare le larve e
disporle tutte in verticale su un filtrino di poliuretano espanso, scartando la
classica foglia sulla quale non riuscivo a farle aderire. Il gioco era fatto,
il risultato di una numerosa covata (200 circa) ottenuto.
Avvalendomi quindi di questa tecnica, ma non
volendo togliere le larve ai genitori, introducevo in acquario il famoso
filtrino ed incominciavo la paziente raccolta, sperando che i pesci capissero. Dopo
due vigorosi attacchi del maschio alle mie mani, e un po’ di perplessità della
femmina che rimaneva qualche minuto ad osservare, mi ritrovavo con la femmina
che concitata faceva la spola dal cono alla foglia per spostare le larve, io
che contemporaneamente le recuperavo dal fondo e le depositavo sul filtrino, ed
il maschio che veniva a prendere i piccoli da me raccolti per depositare anche
questi sulla foglia.
Poiché la femmina aveva ormai terminato lo
spostamento dal cono prima che io finissi la raccolta, incominciò a presentarsi
anch’essa davanti al filtrino in attesa che io vi deponessi i piccoli per
unirli al resto.
Entrambi
i pesci avevano quindi capito che li stavo aiutando ed attendevano che
deponessi le larve per trasportarle. É stata una esperienza fantastica, una
vera collaborazione, ci siamo capiti.
Agli acquariofili che dovessero leggere, rivolgo
l’appello di rinunciare alle riproduzioni artificiali.
Non c’è niente di più bello che vedere allevare gli
avannotti dai loro genitori. Cerchiamo di capirli, aiutiamoli ma non togliamo
loro la soddisfazione di nuotare coi loro piccoli.
Questa immagine ci ripagherà delle fatiche e non ha
importanza quanta attesa sarà necessaria. Ne sarà valsa comunque la pena.
*Anna
Maria Crippa è un’appassionata acquariofila. Il suo
allevamento amatoriale inizia in modo del tutto casuale per poi
trasformarsi in un’avventura trentennale.
L’interesse crescente per i pesci tropicali la
porta all’incontro con i ciclidi africani e amazzonici, specie in cui la
riproduzione rappresenta un momento delicato e impegnativo, fatto di gesti,
ritualità e abnegazione da parte dei genitori nei confronti della prole.
Nel 1981 Anna Maria e suo marito individuano la
strada giusta da percorrere per riprodurre con regolarità i discus: sono i
primi ad allevarli in Italia.

