Un bestiario 2.0 per chi ama gli animali


«Sta scritto che il re Salomone parlava con i quadrupedi, con gli uccelli, con i pesci e con i vermi. (….)
Per conto mio, trovo che comunque non è sportivo servirsi di un anello magico nei rapporti con gli animali: anche senza ricorrere alla magia le creature viventi ci raccontano le storie più belle, cioè quelle vere. E in natura la verità è sempre assai più bella di tutto ciò che i nostri poeti, gli unici autentici maghi, possono anche soltanto immaginare».
KONRAD LORENZ, L’Anello di Re Salomone

mercoledì 16 ottobre 2013

IL LINGUAGGIO DELL'AGGRESSIVITA'



Photo by Tambako The Jaguar

Ufficiale inglese: "Lo vedi questo? (mostrando uno strumento di tortura). Lo infili nel ventre del tuo nemico e... gli strappi lo stomaco".

Mowgli: "E poi lo mangi?"

Ufficiale inglese: "Certo che no!"

Mowgli: "Allora è lui che vuole mangiare te?"

Ufficiale inglese: "No..."

Mowgli: "Allora, perché lo uccidi?"

Ufficiale inglese: "Perché è un nemico."

Mowgli: "Cosa è un nemico?"

Ufficiale inglese: "Qualcuno che odi".

Mowgli: "Cosa è l'odio?"

Si spostano nella stanza dei trofei di caccia. Mowgli è spaventato e disgustato da quello che vede.

Ufficiale inglese: "Voglio che tu mi conduca alla Città delle Scimmie."

Mowgli: "No".

Ufficiale inglese: "Perché non vuoi?"

Mowgli: "Può entrare solo chi rispetta la Legge della Giungla. E per la Legge della Giungla si uccide solo per mangiare, o per non essere mangiati."

Liberamente tradotto da "The Jungle book", film di Stephen Sommers, 1994.

Nella trasposizione cinematografica citata de “Il libro della Jungla”, il protagonista, Mowgli, cucciolo d’uomo allevato dagli animali, si mostra riluttante a comprendere il concetto di “nemico” e di “odio”. Per la Legge della Jungla, spiega agli inglesi che  “si può uccidere solo per mangiare o per non essere mangiati”.

La romantica visione del buon selvaggio, che pervade la letteratura vittoriana, solleva un importante interrogativo sul piano etologico: perché un animale diventa aggressivo? E, soprattutto, a cosa è diretta l’aggressività?

Partiamo proprio dalla “Legge della Giungla” del nostro Mowgli.

Nella maggior parte dei casi, la preda è molto più debole del predatore, la sua unica risorsa è la fuga e, quindi, non si arriva ad un vero e proprio combattimento. Tuttavia, anche una preda può infierire colpi mortali al suo aggressore. Una giraffa, ad esempio, può fratturare con un calcio la mandibola di un leone che minacci il suo piccolo. Il predatore, in questo caso, sarebbe condannato ad una lenta e dolorosa morte per fame. La stessa giraffa, però, combattendo con un suo conspecifico, cosa che in genere avviene per questioni territoriali, usa i residui di corna che le restano, per uno scontro “testa contro testa” con il rivale, che non produrrà alcun tipo di lesione al suo “nemico”, ma si limiterà ad una dimostrazione di forza e caparbietà ( vince chi dei due individui resiste di più alle spinte altrui).



Perché la giraffa sceglie un combattimento diverso a seconda del rivale? Secondo Eibl-Eibesfeldt i combattimenti lesivi non sono convenienti per la sopravvivenza della specie. Se un animale ferisce mortalmente un suo conspecifico, si ha una perdita in più oltre a quelle causate dalle malattie o dai predatori. In pratica, come spiega Eibl -Eibesfeldt, «risparmiare i congeneri è dunque altrettanto importante quanto, occasionalmente, combatterli»*. Il combattimento lesivo si presenta, in genere, solo tra animali diversi. Accanto ai tentativi di difesa di una potenziale preda nei confronti del predatore, come nel caso della giraffa che si difende dai leoni, combattimenti lesivi, in molti casi mortali, hanno per protagonisti animali che competono per risorse alimentari. L’atavico “odio” tra iene e leoni ha proprio questa motivazione: spesso lo scontro avviene in prossimità di una carcassa che è appetibile per entrambi.



Al contrario, come abbiamo visto, è altamente improbabile che un animale uccida un suo simile, perché un comportamento lesivo intraspecifico non sarebbe vantaggioso per la specie. Ai fini della risoluzione di questo dilemma biologico interviene il processo di ritualizzazione*. Animali con armi di offesa potenzialmente molto pericolose o addirittura mortali, non le usano durante i combattimenti con i propri simili, perché la lotta si trasforma in un torneo, in uno scontro simbolico che dimostra chi dei due contendenti è il più forte, e che non ha come obiettivo l’annientamento o la morte del rivale. Uno dei due individui deve essere in grado di lanciare il suo messaggio non verbale : “io sono il più forte, è inutile che insisti”. Le iguane delle Galapagos, ad esempio, pur avendo denti molto aguzzi, negli scontri intraspecifici non li usano mai. Al contrario, sfoggiano un comportamento di lotta ritualizzato che si svolge secondo questo schema:

Inizialmente esibiscono un display terrifico: erigono le squame della nuca e quelle dorsali e mostrano all’avversario la parte pettorale. Inoltre sollevano il corpo e corrono l’uno verso l’altro a zampe tese. Se il rivale non arretra l’iguana gli si slancia contro. Dal momento che il rituale di intimidazione è davvero impressionante per un osservatore umano, il dubbio che i due animali stiano per farsi molto male è più che giustificato. Invece, inaspettatamente, l’uno di fronte all’altro, si limitano a spingersi testa contro testa;

Durante il combattimento le iguane cercano di far arretrare reciprocamente il rivale, esibendosi in una sorta di “braccio di ferro” tra rettili. Non c’è il rischio che uno degli animali perda il contatto perché degli appositi scudetti cornei, situati sulla volta cranica, evitano lo scivolamento;

Lo scontro finisce se uno dei due contendenti retrocede o se riconosce la propria inferiorità durante il combattimento, esibendo un atteggiamento di sottomissione: resta acquattato al suolo davanti al vincitore e lentamente si allontana.

In alcune specie di pesci, come lo Scalare o Pesce Angelo, si possono osservare combattimenti ritualizzati altrettanto suggestivi. Siccome negli Scalari il dimorfismo sessuale è minimo, se non addirittura inesistente, è facile che un acquariofilo con buone intenzioni decida di introdurre nuovi esemplari in una vasca a scopo riproduttivo, sbagliando. I maschi sono molto territoriali e , se si immettono potenziali rivali nel loro territorio (che tra l’altro in acquario, purtroppo, è molto ristretto) lo scontro è inevitabile.

I due contendenti si presentano l’un l’altro con le pinne estese, esibendo i riflessi metallici, per intimorire l’avversario. L’asse longitudinale del corpo non è più parallelo al suolo ma risulta inclinato di 15/25° con la bocca rivolta verso l’alto. Nella maggior parte dei casi, soprattutto se c’è disparità tra i due contendenti, il più insicuro abbandonerà il campo, nascondendosi dietro qualche pianta acquatica, aspettando che l’imprudente acquariofilo lo tragga d’impaccio. Se le minacce non fossero sufficienti si passerebbe allo scontro vero e proprio. In questo caso gli animali si afferrano per la bocca ed iniziano a spingersi: quello che retrocede è sconfitto. Il vincitore in alcuni casi insegue il perdente senza però infierire.

Quello che non mi è chiaro, quando guardo il tg, o cammino per strada è il motivo per cui la nostra specie fa quasi sempre eccezione a questa logica legata all'evoluzione.

E' un interrogativo che mi scaturisce dal cuore. Si tratta di una considerazione personale, sicuramente poco scientifica. Viene da quel sussulto che sento dentro quando vedo la violenza. Quando la sento o la percepisco, anche se mascherata da perbenismo. La nostra società continua a vedere le cose alla maniera di quegli ostinati inglesi che si rifiutano di comprendere Mowgli, per i quali un "nemico" continua ad essere "qualcuno che odi"... che questo odio sia produttivo o meno è qualcosa che lasciamo stabilire all'evoluzione e... alle nostre coscienze.

Riferimenti bibliografici:

* EIBL- EIBESFELDT I., Amore e Odio, Adelphi, Milano, 1971, pp. 88 e ss.